martedì 20 giugno 2017

[Intervista] Il formatore/blogger: supportare l'imprenditoria africana

Fatte le valigie? Il passaporto è valido? Tutto pronto? Oggi si parte!
Andiamo in Africa passando per la provincia di Varese e facciamo 4 chiacchiere con Martino, che... beh, leggete voi!

Ciao! Parlaci un po’ di te
Ciao! Sono nato 31 anni fa in una famiglia di musicisti professionisti. Oltre alla musica (classica del ‘600/’700, sopratutto Bach) ho respirato due qualità che ritengo fondamentali nella vita: creatività e determinazione. 
Ho studiato pianoforte e composizione in conservatorio ma intorno ai 16-17 anni ho capito che la musica non era la mia strada. Ho iniziato invece a praticare atletica (mezzofondo) senza raggiungere grandi risultati come atleta ma appassionandomi del continente africano, contesto da dove arrivano i migliori corridori e maratoneti.
Convinto che approfondire le dinamiche della politica e economia internazionale era fondamentale per capire come “gira il mondo” e cercare di renderlo migliore ho studiato Relazioni Internazionali. Ho fatto in modo di fare sempre gli esami in tempo e viaggiare molto (tutte le estati dai 16 ai 23 anni, come volontario o lavoratore). 
A 24 anni, prima di laurearmi, ho vissuto un anno a Nairobi come Servizio Civile. Lì ho capito che avrei voluto lavorare nel settore del supporto alle imprese e startup locali. Sono rientrato in Italia, mi sono laureato, ho mandato un CV a una multinazionale di consulenza aziendale che mi ha assunto a tempo indeterminato. 
A 27 anni mi sono sposato (con Maddalena, insegnante di Italiano), a 28 mi sono licenziato per collaborare con ALTIS (Alta Scuola Impresa e Società) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si trattava di sviluppare una rete di università in Africa che offrissero dei Master internazionali per imprenditori locali in partnership con la Cattolica. Nel 2015, al termine di EXPO, questa iniziativa è diventata la fondazione E4Impact, di cui oggi sono Business Development Manager.

Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Il mio ruolo è difficile da riassumere in una parola. Coordino programmi di formazione universitaria per imprenditori in Africa. Di fatto gestisco l’erogazione di Master internazionali attivi (con docenti italiani e locali) in Senegal, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Ghana, Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda. Anche se formalmente non è così, mi sento più un imprenditore che un manager (ho rischiato il mio contratto e scommesso l’intero mio percorso lavorativo su questo progetto).

Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!) 
Non ho veramente una giornata tipo e sono molto contento di questo. Cerco di iniziare con un po’ di sport a giorni alterni (corsa o bici, dalle 6 alle 7 di mattino). Il resto è ufficio tra email, call su Skype, chat su WhatsApp (sempre la cosa migliore con i colleghi africani!), riunioni con colleghi o potenziali partner/clienti italiani (imprese che sponsorizzano borse di studio o programmi personalizzati). Spesso e volentieri nei fine settimana lavoro dal cellulare per coordinare le attività in giro per l’Africa.
Circa una volta ogni due mesi viaggio in uno/due paesi per 10-15 giorni. In quel caso lavoro unicamente a risultato (es. completare un corso, organizzare un evento, stringere nuove partnership, effettuare percorsi di consulenza a ex allievi, ecc.) 

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La possibilità di viaggiare e conoscere nuove culture e persone. L’emozione di aver creato da zero qualcosa che prima non esisteva.

Quello che cambieresti?
Vorrei ridurre la burocrazia legata all’erogazione del titolo di studio (gestione carriere studenti, riconoscimento equipollenza del valore legale in Ambasciata, ecc.)
Vorrei riuscire a lavorare di più da casa, visto che comunque oltre l‘80% del mio tempo lo trascorro seguendo le università partner in Africa.

Da piccolo, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Fino ai 6 anni: il camionista.
Dai 6 ai 10 anni: il compositore 
Dai 10 ai 14 anni: l’imprenditore
Dai 14 ai 18 anni: il giornalista
Dai 18 ai 23 anni: lavorare nella cooperazione allo sviluppo
Dai 24 ai 27 anni: il manager 
Dai 27 a oggi…: quello che sto facendo. Praticamente un mix di tutto ciò che ho desiderato dalle scuole medie in poi… 
Ovviamente non mi sento né sentirò mai “arrivato”


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Via via ho sviluppato una passione maniacale per l’Africa. Lo lego molto all’atletica (scoperta al liceo) che mi ha portato ad avvicinarmi con rispetto e grande ammirazione ai campioni kenyoti ed etiopi. Ho sempre sognato un mondo in cui chiunque, indipendentemente dalla latitudine a cui nasce, avesse le stesse opportunità. Purtroppo non è ancora così anche se a livello globale in questo senso è meglio oggi di venti o trent’anni fa (anche se in Italia la situazione è al contrario peggiorata).

Come ti sei preparato per il tuo lavoro?
Ho sempre letto moltissimo (almeno un libro a settimana, spesso anche due) al di là di esami/scuola. Non ho mai fatto corsi specifici (corsi brevi o master) ma piuttosto cercato sempre di essere curioso, di studiare per conto mio su internet e conoscere chi già lavorava nel settore. Fondamentali sono state le esperienze all’estero (per imparare le lingue che uso quotidianamente: inglese e francese) e le attività di volontariato (dall’oratorio come animatore, all’ideazione e gestione di una gara di corsa, il Circuito Serale di Orino, al supporto dato all’espansione italiana di Run2gether, un team di atletica austriaco che fa correre atleti kenyoti a scopo sociale).

Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
La fortuna aiuta gli audaci. È sempre un mix.
Un punto chiave è costruirsi un solido network (una rete di persone che si fidano di voi) che rappresenta la chiave di volta per arrivare a molte opportunità in organizzazioni medio-piccole che non pubblicano annunci di lavoro (anche perché non hanno una funzione HR addetta alla selezione e ai colloqui).

Sfatiamo qualche mito o luogo comune legato all'economia africana...e invece quali sono assolutamente reali?
Innanzitutto l’Africa è un continente enorme (un miliardo e 200 milioni di abitanti). Non un paese! E non può essere ridotta a povertà/malattie/guerre. C’è di tutto ed è tutto in veloce trasformazione. Ci sono tanti problemi, di cui non secondario è quello culturale dato dalla colonizzazione europea finita solo 50 anni fa. La cosa indubbia è che c’è una voglia di fare, di rischiare, di provare a fare qualcosa che non si respira più in Europa. 

Martino con il Prof. Fiocca in Sierra Leone

Cosa diresti a chi sta pensando di lavorare, da grande, in un Paese in via di sviluppo?
Che non ha più senso dividere il mondo in “primo mondo” e “paesi in via di sviluppo”. Il centro del mondo non è più l’Europa ma l’Asia. L’Africa sarà sempre più importante e le opportunità di lavoro sempre meno legate all’aiuto” e invece più alla partnership e all’investimento in loco. Da pari a pari. Rispetto al vecchio detto “non dare il pesce, ma insegnare e pescare” non pensate più di tanto a “insegnare a pescare”. Pensate piuttosto di “pescare insieme” e, così facendo, di imparare voi a pescare in un modo differente.  
Sono fondamentali le lingue: inglese, francese e almeno una lingua non europea. Cinese, arabo, hindi, kiswahili. Scegliete un’area, appassionatevi e diventate esperti.
Interessante anche unire alla conoscenza di un’area geografica specifica un settore/processo particolare. Unendo queste due cose vi create una “nicchia di mercato” in cui risaltate automaticamente (faccio un esempio: Marocco e agricoltura biologica, oppure Sud-Est Asiatico e turismo responsabile… ecc.) Anche se i percorsi universitari non vanno affatto in quella direzione.

Hai anche un blog, Vadoinafrica.com: ce ne vuoi parlare?     
L’ho avviato in Marzo di quest’anno per condensare le mie riflessioni e dare consigli a tutti coloro che vogliono lavorare o realizzare un proprio progetto in Africa. Penso che incoraggiare i giovani italiani a guardare all’Africa in un modo differente, né sfruttatore né di aiuto paternalista, sia fondamentale per i giovani africani che hanno bisogno di partner alla pari e per gli italiani che troppo spesso finiscono a Londra o Berlino a fare i camerieri senza dare un senso alla loro permanenza all’estero.
Consiglio a tutti di avviare un proprio spezio web. Ma non un diario (quello fatelo in privato o sui social personali!), bensì un sito specifico su un argomento che vi interessa particolarmente. 

Recentemente la tua anima artistica/musicale è tornata a galla. In che modo?     
Esattamente! Ho sempre continuato a suonare il pianoforte, soprattutto in duo con mio fratello Benedetto, educatore e percussionista. Poche settimane fa abbiamo deciso di lanciarci come duo ibrido tra musica (jam session tra classica e jazz) e cabaret demenziale. Siamo “The Baluba Brothers” e il nostro canale di comunicazione è per ora l’omonima pagina Facebook dove, ogni lunedì, pubblichiamo un breve video.
L’obiettivo è aiutare le persone a capire che un po’ di sana autoironia e di costante messa in discussione “sapendo di non sapere” è la base per vivere bene. In ogni campo.

The Baluba Brothers durante un'esibizione in Feltrinelli a Milano

Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Tra l'altro hai passato dei concetti, legati alla ricerca del lavoro, che anche qui ribadiamo sempre con convinzione: l'importanza del network, della preparazione, delle esperienze extra lavorative... 

Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Appassionatevi di qualcosa e puntate a diventarne i massimi esperti. Non ascoltate chi vi dice “studia questo, studia quello così hai un lavoro sicuro” Tutte balle! Il lavoro sicuro non esiste più, manco per chi va a lavorare in banca o in ospedale! E i lavori per cui vi fanno studiare oggi non esisteranno più tra dieci anni!
Siate sempre curiosi e pensatevi, già a 14-16 anni come imprenditori di voi stessi. L’imprenditore il lavoro non lo cerca, ma lo crea. Per sé in primis e poi anche per gli altri. 
Fate in modo di creare valore, non di consumarlo (es. anziché guardare solo video su YouTube, imparate a caricare i vostri). È incredibilmente più bello, appassionante e motivante! Frequentate posti come incubatori, Fablab, spazi di coworking e provate ad avviare una vostra attività, anche creativa, da giovanissimi. Rischiate meno e potrete imparare tantissimo anche se poi scegliete di fare tutt’altro. E guardate ogni problema come a un’opportunità per migliorarvi.
  
Vi aspetto su: www.vadoinafrica.com (iscrivetevi alla newsletter!)
Twitter: @vadoafrica
IG: @vadoinafrica

Per saperne di più sul progetto avviato con l’Università Cattolica: www.e4impact.org

Le foto di questo post sono tutte di Martino, che ci ha gentilmente permesso di pubblicarle.

* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

venerdì 26 maggio 2017

Sì, ma a cosa serve poi, l'orientamento?

Due chiacchiere al telefono con una ragazza diplomata la scorsa estate.

"Ho visto che ti sei diplomata in ambito economico, ragionieristico...che tipo di posizione lavorativa stai cercando? Perchè comunque noi ci occupiamo di consulenza informatica..."

"Mah, avendo finito gli studi da poco, non è che stia proprio cercando qualcosa di specifico...sì, nel mio ambito, ma va bene qualsiasi cosa, sono disponibile a qualsiasi contratto: stage, apprendistato, tirocinio..."

Sì, ma per fare cosa???

Non lasciamoli soli, 'sti ragazzi, però...che poi si butta via un anno, facendo solo un inutile corso di formazione della durata di un mese, su un programma che impareresti comunque ad usare in 2 settimane al lavoro...

Ecco a cosa potrebbe servire un po' di orientamento: a non buttare via un anno.

foto di nastya_gepp - da Pixabay

martedì 23 maggio 2017

[Intervista] La fotografa

La bussola di oggi ci parla di quello che per molti è un hobby, ma che può diventare una professione vera e propria, soprattutto quando si ha a che fare con una reale passione. Il segreto allora diventa scoprire che cosa veramente si ama, nello specifico, all'interno di una categoria che può sembrare vasta: la nostra ospite l'ha capito, e su questo si è fatta strada, lavorando, provando, sperimentando.
Ed ecco la sua storia.

Benvenuta! Parlaci un po’ di te
Mi chiamo Rossella e sono fotografa da una vita.
I miei genitori erano fotografi anche loro e io sono cresciuta nel laboratorio di mio padre, bello odoroso di acidi di ogni genere. Perché una volta c’erano la camera oscura e i negativi…e io ero lì a tagliare quelli. Poi mentre mio padre giustificava ai clienti la testa mozzata nei fotogrammi che avevo tagliato io, mi innamoravo sempre di più della fotografia e della carta stampata.
A 18 anni ho aperto il mio primo studio, come filiale di quello dei miei, a Tiggiano, in provincia di Lecce, per poi, dopo qualche centinaio di giorni e qualche migliaio di chilometri (oltre che qualche ettolitro di lacrime per la pesante gavetta che s’ha da fa'), ho aperto la mia attività autonoma a Varese.
Adesso, dopo quasi 12 anni di percorso a Varese, mi sposto in Svizzera, seguo l’amore e mi apro nuovi orizzonti. Sempre a caccia di nuova linfa creativa.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sono diventata quasi naturalmente una fotografa matrimonialista, forse perché è l’ambiente più semplice in cui provare delle emozioni durante il lavoro. Non amo infatti la fotografia di paesaggio, d’architettura o di business: preferisco riprendere sentimenti.
Mi piace commuovermi con i ragazzi quando nel guardare le loro foto si emozionano, mi piace farmi venire le fitte al cuore se la grafica sulla scatola dei ricordi mi sembra tanto carina, mi piace ridere di cuore quando racconto agli sposi cosa è successo a quel loro invitato mentre loro non guardavano…mi emoziono, insomma, prima, durante e dopo lo scatto.


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Ormai la mia vita è fatta di colazioni e pranzi frettolosi, spesso davanti al computer a fare postproduzione a gigalate di foto, o dietro a mille appuntamenti roteanti che cambiano il loro ordine continuamente a seconda degli impegni della gente. Quando riesco a sbucciarmi una mela alle cinque del pomeriggio lo considero una vittoria!
Ma sono pienamente felice così. Nel fare esattamente quello che so fare. Non mi immaginerei a fare un altro lavoro.
Ovviamente a volte vorresti far roteare assieme agli appuntamenti anche la gente stessa perché non mancano mai le richieste assurde e le pretese allucinanti e tutti i problemi che qualsiasi lavoratore indipendente ha! Ma poi pensi agli altri clienti che ti vogliono bene e che ti stimano e riprendi il tuo lavoro con più grinta e passione.


Come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Ho avuto la fortuna di incontrare persone nel mio percorso che mi hanno nutrita e mi hanno resa quella che sono! Il mio lavoro e soprattutto il mio stile è frutto non solo degli insegnamenti dei miei maestri (per primi i miei genitori) ma anche dei libri che ho letto e delle foto che ho visto. La mia laurea in filosofia poi, sono certa che metta insieme tante cose e che costituisca il fondo del mio occhio e del mio pensiero. E ora continuo a studiare per fare quello che volevo fare da grande: la fabbricatrice di ricordi.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Anche se so che non è sempre così rose e fiori, perché i percorsi di crescita sono sempre difficili, penso che se si ha qualcosa da dire…SI PUÒ vivere di fotografia!


Le foto di questo post sono tutte di Rossella Putino, che ci ha gentilmente concesso di utilizzarle.

Potete trovare Rossella sul suo sito e sulla sua pagina Facebook

* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

lunedì 22 maggio 2017

Per favore, mi dai un occhio al CV?

Mi è stato chiesto, per caso, negli stessi giorni, da due amici.

Ho dato un occhio ai CV, certamente; ho anche dato un paio di consigli, fatto le opportune domande in modo da poterli utilizzare subito se necessario.

Ma poi mi sono soffermata sulla sensazione che mi si rigirava nella pancia una volta ricevute queste mail.

Cari amici che mi avete mandato i CV, se state leggendo queste righe, sappiate che non ce l'ho con voi, ma voglio usare questo spunto per una riflessione più generale.

Io non ho nulla contro chi mi manda il CV: li leggo e correggo da anni, mica è questo il problema. Solo che non basta più, non è mai bastato in verità, ma adesso mi risulta sempre più difficile limitarmi a verificare la formattazione, l'impaginazione, la distribuzione del contenuto, la sintesi su 2 pagine...

Se mi leggete da un po' dovreste sapere che IL curriculum non esiste. Esiste un curriculum mirato sull'obiettivo che ci siamo prefissi. Esiste un curriculum che veicola un messaggio preciso, quindi innanzitutto dovreste sapere che cosa volete comunicare.

foto di loufre - da pixabay

Quando mi mandate un CV dovreste dirmi almeno che cosa ne volete fare: lo volete caricare su Monster? Vi serve per rispondere ad un annuncio? Dovete girarlo al vostro amico che ha sentito che nella sua azienda stanno cercando?

Il target è importante, sia in termini di destinatario (a chi lo mandate?) sia in termini di ruolo professionale per cui vi candidate.

Il percorso è lungo, ma del resto "cercare lavoro è un lavoro"...a retribuzione differita (cit. F. Fantini).

E posso confermare che un minimo di sforzo in più poi paga.

Quindi, amici e non, chiedetemi pure un parere ma sappiate che dietro 2 facciate di foglio word deve esserci tanto, ma tanto lavoro...


venerdì 19 maggio 2017

Assegno di ricollocazione: come procede?

Sono oramai due mesi che è partita la sperimentazione per l'assegno di ricollocazione, quello strumento di politiche attive del lavoro che è stato pensato per dare ai disoccupati la possibilità di seguire un percorso di ricollocazione mirato, supportati da enti specializzati proprio in questo.

La sperimentazione è iniziata, dicevamo: avrebbe dovuto coinvolgere 30.000 disoccupati, ne ha per ora raggiunti 600 su circa 20mila lettere inviate.

Ci sono anche i primi successi, come racconta La Nuvola del Lavoro del Corriere, che parla di Elena, una signora del Triveneto che dopo due anni a casa ha finalmente firmato un contratto di 6 mesi.

Non è tutto rose e fiori comunque e, pur dando ogni possibilità a quella che è appunto una sperimentazione, di aggiustamenti da fare ce ne sono.

Innanzi tutto a livello di comunicazionese anche la signora Elena, una volta ricevuta la lettera, ha ammesso che «All’inizio non ho capito di cosa si trattasse. Poi mi sono informata e ho deciso di aderire al progetto»

Ma anche tutto il processo è, come riporta PropostaLavoro, "un meccanismo lento e farraginoso", in cui il candidato deve affrontare le 12 fatiche di Asterix nei meandri della burocrazia, certamente non facilitato da un sistema informatico non ancora allineato.

C'è poi chi, come Pietro Ichino, solleva "critiche alle regole contenute nel Vademecum dell’Anpal, che consente al destinatario della lettera di “pensarci su e riservarsi di aderire in seguito” entro il termine del trattamento di disoccupazione, che può durare fino a 24 mesi. «Chiunque si occupi di politiche attive del lavoro sa che la ricollocazione di una persona è tanto più difficile quanto più lungo è stato il suo periodo di disoccupazione - afferma Ichino -. Consentire di “pensarci su” finché dura il sostegno del reddito significa lisciare il pelo a quella pessima cultura che caratterizza i nostri vecchi servizi per l'impiego, e di riflesso i comportamenti opportunistici di troppi disoccupati: quelli che considerano il godimento dell'ammortizzatore sociale come una sorta di prepensionamento, o comunque di vacanza. Ma questo è esattamente il contrario dell'idea cui si ispira la riforma del 2015».

Per Ichino la riforma « mira invece a coniugare un forte sostegno economico e servizi di assistenza efficaci con una regola seria di condizionalità», volta «a evitare che il sostegno del reddito incentivi l'inerzia dei beneficiari, diventando un fattore di allungamento dei periodi di disoccupazione. Chi ha scritto le regole di questo “esperimento-pilota”, in realtà, non vuole affatto sperimentare la riforma»."
(da Il Sole 24 Ore)

Insomma, come tante altre volte, anche in questo caso le intenzioni sono buone, ma poi resta sempre tanto da sistemare, perché non si ha il coraggio di mettere in campo riforme toste, non si ha il coraggio di rendere i lavoratori i veri protagonisti della ricerca di una nuova occupazione.
Ancora si resta legati ad una mentalità assistenzialista, che non è per niente educativa. Ed è un vero peccato.

foto di Geisteskerker - da pixabay