lunedì 30 settembre 2013

Ancora sulle politiche attive del lavoro

Prendo spunto stamattina dalla newsletter del sen. Ichino, riportando la breve intervista che ha rilasciato per Il Tirreno giovedì 26 settembre 2013 e che affronta ancora i temi della riforma delle politiche attive del lavoro, che vedrebbero una riduzione (da me molto sperata) delle varie casse integrazione a favore di strumenti che facilitino veramente il reinserimento lavorativo.

Due passaggi che condivido al 100%:

Innanzi tutto l'idea della CIG erroneamente intesa come diritto del lavoratore e non come soluzione temporanea:

È troppo diffusa l’idea che un paio di anni di Cig, prima dello scioglimento del rapporto di lavoro, costituiscano “un diritto” per i lavoratori nelle crisi occupazionali aziendali. In questo modo, invece, li si avvia verso un vicolo cieco.
In questo modo
Si disincentiva la ricerca della nuova occupazione, facendo finta che il vecchio rapporto di lavoro esista ancora. Ma tutti gli studi mostrano che ogni mese che passa dall’inizio della sospensione rende più difficile in reinserimento del lavoratore nel tessuto produttivo.
Da qui la soluzione proposta, che prevede due aspetti inscindibili: innanzi tutto il supporto dato dall'outplacement, ma accompagnato dall'idea base della
“condizionalità” del sostegno del reddito: il lavoratore deve essere affidato a un tutor che lo assista in modo professionale e ne controlli quotidianamente la disponibilità per tutto il percorso di ricerca e riqualificazione necessario. Il rifiuto non ragionevole di questa disponibilità determina la riduzione e poi la sospensione del trattamento di disoccupazione o di mobilità. Partecipa solo il lavoratore che accetta questa regola.
In sintesi, viene premiata la vera volontà di trovare un lavoro e di non accomodarsi sugli allori degli ammortizzatori sociali.

Certo, lo so che stai pensando che ci sono quelli che vorrebbero tanto, che sarebbero disposti a far qualsiasi lavoro, però l'età troppo avanzata (per il mercato) li limita pesantemente. La proposta di legge tiene conto di tutto questo, i coefficienti cambiano a seconda dell'età e delle competenze.
Stesso discorso per le aree più disagiate e storicamente colpite dalla disoccupazione.

Non ci sarà mai un sistema perfetto, che vada bene a tutti, che risolva il problema con la formula magica. Ma già premiare chi si impegna e sanzionare chi invece se ne approfitta, beh, a me già sembra un bel passo avanti: in anni di outplacement ne ho visti davvero troppi di individui volenterosi a parole e invece a fatti belli comodi sulla loro cassa integrazione.

4 commenti:

  1. Per quanto ignorante in materia, io sono sostanzialmente d'accordo don questa idea. E sì, sono perfettamente consapevole che oltre i 50 è quasi impossibile ... ma mi chiedo: e se il costo di due anni di cig fosse utilizzato invece per "pagare " l'accompagnamento al replacement, non aumenterebbe la probabilità di trovare un altro lavoro per gli over 50?! Anche perché il sistema attuale non è più, da tempo, sostenibile economicamente. Spero di non aver detto castronerie...

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    1. Ma tu intendi che i fondi invece che per la CIG siano utilizzati a favore del lavoratore (e quindi per finanziare un percorso di ricollocazione) oppure consegnati come "dote" all'azienda che dovesse assumere l'over 50?
      La dote viene già utilizzata in alcuni casi, ma io non sono molto convinta della sua efficacia: sono tanti i motivi per cui un'azienda non assume un ultracinquantenne e spesso non è l'incentivo o lo sgravio fiscale che aiuta. In questi casi credo che la flessibilità (mentale e legislativa) di proporre e accettare contratti a termine sarebbe una soluzione migliore.

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  2. Io pensavo a qualcosa di questo tipo:
    Utilizzare i soldi destinati alla cig in parte per coprire il tempo di cassa integrazione del dipendente, in parte per finanziare il percorso di ricollocazione (no, non all'azienda che deve assumere). Però con alcuni meccanismi per cui 1) se il lavoratore rifiuta un posto perde il diritto alla cig 2)chi è deputato alla ricollocazione (agenzia? Ufficio interno? Altri?) prende una cifra che è tanto più alta quanto minore il tempo in cui ricolloca. Non so come, ma per evitare che a quel punto sia il "ricollocatore" a tirare in lungo il tempo per accedere a più tempo di finanziamento. Non so se ho reso l'idea

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    1. Sì sì, perfettamente: e infatti questi meccanismi sono previsti nella proposta di legge che fa Ichino, magari con dettagli diversi ma l'idea è quella. Si aiuta chi veramente si impegna a cercare un lavoro, e si "premia" l'agenzia di outplacement solo a risultato ottenuto (o magari a step se il percorso lo prevede). Per la verità ci sono già degli strumenti simili, anni fa avevo partecipato anche io con la mia azienda al LaborLab: il rischio però è che queste attività finanziate poi si inceppino più sui meccanismi di rendicontazione che sul vero obiettivo sociale. Il singolo consulente vorrebbe operare in un modo, ma le logiche economiche rubano tempo e distolgono l'attenzione (purtroppo). L'intenzione era già buona allora, ovvero permettere anche a chi non aveva un'azienda alle spalle che pagasse l'outplacement di seguire un percorso di ricollocazione, ma il labirinto burocratico ingenera sempre altre logiche perverse...

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