martedì 29 aprile 2014

Intersezioni inaspettate

A volte mondi lontani trovano dei punti di contatto.

Leggendo questo post dal blog di Bao Publishing, una casa editrice specializzata in graphic novel, ho pensato anche io la stessa cosa che ha scritto un lettore (o meglio, in questo caso, uno scrittore) in un commento:
"inviare (o presentare) un manoscritto è, né più né meno, presentarsi per un colloquio di lavoro. Bisogna andarci vestiti bene sapendo cosa si vuole ed anche cosa offre il datore di lavoro.
Cioè bisogna sapere perché si è scritto quella cosa, perché l’editore dovrebbe pubblicarla, ed avere la stessa cura nella presentazione tanto quanto si va in giacca e cravatta e non in jeans e maglietta di una settimana.
Esattamente come per le assunzioni spesso la risposta è: “le faremo sapere.” Inutile, dopo, passare le giornate in attesa davanti al telefono.
A me sembrava una cosa molto ovvia: gli editori lavorano, non sono gli appassionati del circolo di lettura."
Cliff - Proprietà di Bao Publishing
Questo in particolare il passaggio che ha portato a questa riflessione:
[La] prima cosa che un aspirante autore (o un autore che aspira a pubblicare con noi) dovrebbe fare [è]: domandarsi se il proprio progetto potrebbe essere valorizzato da questa particolare Casa editrice. Se la risposta è no, è necessario farsi un’idea più chiara di cosa cerchino le varie realtà editoriali di questo paese, per decidere a chi inviare il proprio progetto. Un suggerimento solo apparentemente banale: ciò che cercano spesso somiglia molto a ciò che già pubblicano. [...]
In secondo luogo, la lettera di presentazione e il modo in cui viene esposto testualmente il progetto danno un’idea molto rapida a chi legge dell’atteggiamento mentale dell’autore. Ed è importante non sembrare pazzi, superficiali o privi di controllo della grammatica. È anche fondamentale saper sintetizzare per sommi capi i progetti in poche righe, perché ve lo devo confessare: non passiamo le giornate a mutilare le estremità di costosi sigari cubani con apposite piccole ghigliottine d’argento. Abbiamo molto da fare, siamo in pochi e non possiamo davvero leggere integralmente la vostra sceneggiatura di 131 pagine che è il solo testo che ci avete inviato.
Al di là di questa intersezione, la lettura di tutto il post apre sicuramente una finestra interessante su un mondo che, almeno per me, resta abbastanza sconosciuto e misterioso, ma comunque affascinante.

venerdì 11 aprile 2014

Il volontariato e il valore aggiunto sul CV

Sul blog del Corriere, La 27 Ora, è apparso un articolo che mi è stato segnalato per la tematica inerente questo mio blog, con richiesta di un commento da parte mia. Ho già commentato direttamente sul post stesso, ma mi pare giusto riportare anche qui quello che penso.

In sintesi sembra che indicare sul proprio curriculum le proprie esperienze di volontariato ed impegno sociale dia un valore aggiunto al proprio profilo che sta venendo preso in considerazione più seriamente rispetto al passato. 

Che dire...
Se la tendenza va in questa direzione, mi fa veramente piacere: è un segno di civiltà.
Se nel concreto le cose siano davvero così, onestamente non lo so.

La frase che sento più mia in tutto l'articolo è comunque questa (il grassetto è mio):
La tendenza è confermata anche da Andrea Castiello d’Antonio, consulente del lavoro e management. Che però precisa: «Il peso del volontariato nel curriculum dipende molto dal tipo d’impresa. Ci sono società incentrate sulla competitività che non guardano se hai fatto qualcosa di socialmente utile o no. E ce ne sono altre che a volte fanno del non profit un elemento discriminante durante i colloqui».
In effetti, lavorando in una piccola società di consulenza informatica, quello che devo valutare di più in un curriculum è principalmente la competenza tecnica e solo in parte quelle che sono considerate soft skills. Diciamo che spesso mi basta sapere di non mandare un maniaco omicida a lavorare dal mio cliente.

Non ho l’abitudine di approfondire in colloquio tutto quello che va oltre l’esperienza professionale, quindi gli hobby e le attività di volontariato. Probabilmente però, leggendoli, mi creano già inconsciamente un’idea della persona che andrò a incontrare e quindi si insinuano spontaneamente nella valutazione complessiva a corredo della parte tecnica e di esperienza.

Mi rendo anche conto che forse è il mio settore che non mi fa dare gran peso alle esperienze di volontariato, ma sono una sostenitrice del valorizzare questi aspetti sul curriculum nel momento in cui l’essere utile socialmente ha portato a maturare delle competenze spendibili nel mercato del lavoro.
Keith Haring
Diciamo che, a parità di curriculum, credo che effettivamente faccia una migliore impressione chi dimostra di saper applicare dei talenti anche al di fuori dell’ambito lavorativo.
Per esempio: se tengo la cassa di una associazione e devo comunque redigere il conto economico, posso far valere questa come esperienza se mi propongo in ambito impiegatizio/amministrativo; come anche posso vantare l’esperienza di segreteria in oratorio se mi voglio candidare come front office (rispondere al telefono, accogliere chi chiede informazioni…)
Sicuramente ci sono capacità manageriali che si sviluppano allenando una squadra sportiva, e ben venga chi le tiene in considerazione in caso di selezione.

Come ultima considerazione, penso che questo genere di informazioni incida positivamente più sui candidati giovani, che devono attingere a tutta la loro esperienza di vita complessiva per rendersi appetibili alle aziende, piuttosto che a persone con un curriculum già piuttosto consolidato.

Le vostre esperienze che cosa raccontano?

giovedì 10 aprile 2014

Del Jobs Act e di un punto di vista che condivido

Voglio condividere qui un breve commento al Jobs Act e una proposta che può sembrare folle, ma che personalmente approvo praticamente in toto.

Sarà che con Riccardo, l'autore del blog, abbiamo un background in comune, ma lavorando nel settore delle risorse umane in generale e dell'outplacement in particolare, certi aspetti si notano di più e le possibili soluzioni balzano all'occhio, come anche la quasi impossibilità di attuarle finchè ci saranno organismi che baderanno più a mantenere lo status quo che a rendersi conto che la situazione è cambiata e non di poco....
Qui sotto un estratto.

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In pochi punti ecco la mia idea:
  1. Eliminazione di tutti i CCNL attualmente in atto, istituendone uno solo valido per tutti. (Semplificazione delle trattive sindacali, via tutte le sottosigle e trattativa unica di rinnovo e manutenzione del contratto)
  2. Eliminazione di tutti i tipi di contratti attualmente disponibili: apprendistato, tempo determinato, stage, ecc. istituendo il contratto a tempo indeterminato come unica possibilità di assunzione. (La parola precariato sparisce e con essa le miriadi di polemiche)
  3. Flessibilità massima in uscita, fatti salvi i casi di discriminazione, con obbligo da parte del datore di lavoro di dare un indennizzo sulla base dell’anzianità di servizio e pagare il servzio di ricollocamento per il collaboratore con cui si termina il rapporto di lavoro. ASPI chiaramente per tutti a calare, massima all’inizio minima al termine (eliminiamo la stragrande maggioranza dei contenziosi e finalmente si attuano politiche attive del lavoro, si rendono le persone attive non passive, eliminiamo il sommerso).
  4. Drastico abbattimento del cuneo fiscale (tornare a rendere l’Italia appetibile e concorrenziale)
  5. Conseguenza di quanto sopra semplificazione drastica del codice del lavoro.
  6. Si crea un mercato del lavoro attivo e non stantio, dove le aziende veramente metteranno al centro la Risorsa Umana, perchè saranno obbligate a rendersi effettivamente appetibili per i lavoratori (politiche reali di employer branding); se da un lato sarà possibile sganciarsi dai parassiti (ogni azienda ne ha un certo numero al suo interno lo sappiamo tutti), dall’altro questa facilità e circolarità del mercato del lavoro farà si che le professionalità migliori se non troveranno terreno fertile e programmi di sviluppo seri, abbandoneranno il posto di lavoro verso lidi migliori che sapranno attirare i cosiddetti talenti (diciamolo chiaro oggi collaboratori in gamba rimangono anche se insoddisfatti in azienda perchè hanno paura che mollando difficilmente rientreranno nel mercato del lavoro, facilitando di fatto il lavoro dell’azienda dove l’attenzione alla risorsa è ancora molto scarsa ed in alcuni casi solamente di facciata).
Probabilmente la mia idea verrà interpretata come folle dalla maggior parte di voi, forse lo è anche e sicuramente i 5 punti che ho scritto vanno declinati ed analizzati bene nel profondo sono spunti che mi sono venuti di getto, credo però che se il Paese si muovesse in questa direzione le cose migliorerebbero per tutti lavoratori ed imprese ed il sistema economico tornerebbe a crescere. Al 99% non si farà mai una cosa del genere, troppi gli interessi di bottega che verrebbero colpiti: sindacati, confindustria, istituzioni, ordini professionali…. ecc.; rimane il fatto che voglio comunque credere in un avvenire positivo [...]
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