martedì 1 dicembre 2015

Un respiro, un momento di pausa, e poi via!

Mi sono un po' rattristata, uscendo dal colloquio di oggi.
Una persona senior, con 25 anni di esperienza, la seconda metà dei quali trascorsi nella classica piccola media impresa italiana, acquisita da multinazionale straniera e ora chiusa.
Domani sarà il suo ultimo giorno di lavoro, venerdì si chiudono ufficialmente i battenti.
 
Mi sono trovata ancora una volta, mio malgrado, a vestire i panni della consulente e dismettere per un attimo quelli della selezionatrice. Mi sono trovata ancora una volta (proprio non ce l'ho fatta ad esimermi) a consigliare una pausa.
 
Non nel colloquio, no. Ma nella ricerca del lavoro.
 
Complice il periodo, tanto dicembre è un mese un po' strano, con le feste di mezzo: si può sfruttare questa possibilità, prendere la scusa di una vacanza, rilassarsi un po', raccogliere le energie e poi via, con l'anno nuovo ripartire con grinta.
 
Altrimenti il rischio è quello di far trasparire, a volte neanche troppo sottilmente, l'amarezza e il disagio per questa situazione, già di per sé spiacevole per chi non è abituato a trovarsi sul mercato.
 
E se non si è del tutto in forma, si appare spenti, demotivati, e si lascia nell'interlocutore intanto una sensazione a pelle come quella che è rimasta appiccicata addosso a me; e poi magari il dubbio che non si abbia di fronte la persona adatta a ricoprire il ruolo.
 
Quindi sì, ci vuole un po' di coraggio ed accettare che è il momento di fermarsi, prendere un respiro profondo, del tempo per sé e ricaricare le batterie.
La partenza poi sarà migliore!
 

mercoledì 21 ottobre 2015

Formazione

Una riflessione a caldo...
 
Abbiamo un collega fermo da parecchio, perché non ci sono opportunità per lui, presso i nostri clienti.
Attenzione: non è che non ci siano richieste per la sua figura (per quanto poche), ma non ci sono per lui.
 
Per lui che, pur lavorando in ambito informatico non ha una connessione internet a casa.
Per lui che non è interessato ad imparare cose nuove nemmeno "on the job".
Per lui che non segue un corso di aggiornamento da anni.
Per lui che aspetta che un lavoro gli piova da cielo, evidentemente.
 
Potrei soffermarmi sulla necessità di alzare il posteriore dalla poltrona e fare il possibile per cercare una nuova collocazione, ma la riflessione che mi è scaturita oggi è più incentrata sul tema della formazione.
 
Secondo me la formazione dovrebbe essere un obiettivo personale: in un sistema del lavoro dove difficilmente si resta nella stessa azienda per tutta la vita occorre capitalizzare e far crescere le proprie competenze, essere responsabili della propria evoluzione.
Ad ognuno il proprio livello
di formazione...
 
Se una determinata tematica ti sta a cuore, investici!
Investi in libri, corsi, elearning...
Investi tempo e investi soldi, anche, certamente: e non inveire contro l'azienda che non ti paga i corsi, è un inutile spreco di energie. Certo, il contributo del datore di lavoro sarebbe oltremodo gradito, ma la sua assenza non deve essere un freno alla formazione: sono convinta che, se non si segue un corso solo perché l'azienda non lo paga, allora non ci si tiene veramente.

Sì, lo so, ci possono essere tante motivazioni, ma guardati allo specchio e pensa seriamente a quanto ci tieni: se la risposta è "Tanto!" allora che aspetti? Informati! Iscriviti!
 
Facciamo un rapido collegamento anche al tema del personal branding: stringi stringi, ma alla fine è comunque compito tuo svilupparlo e non ci sono scuse che tengano. Il brand è il tuo, devi promuoverlo sul mercato e si sa, i clienti vogliono sempre il meglio...
 
E tu come la vedi? Sei riuscito a dedicarti alla tua crescita professionale? O stai ancora aspettando un motivo per iscriverti a quel corso di formazione? 

lunedì 5 ottobre 2015

Come cercare lavoro - l'autocandidatura

Mi è appena arrivato il CV di un responsabile di magazzino.
Io lavoro come recruiter in una società di consulenza informatica.
Ovviamente il CV non l'ho nemmeno letto: ho aperto il file, ho visto RESPONSABILE DI MAGAZZINO (sic) e ho chiuso il file.
Mail cestinata.

Che crudele, eh?

Sì, beh, se proprio vuoi magari un po' crudele sono stata, ma tanto lui non lo saprà mai e indirettamente finirò nel gruppo degli str**** che non gli hanno risposto, e amen.

Però.

Se avesse ragionato un po' prima, se avesse dedicato al nostro sito internet anche solo lo stesso tempo che ho dedicato io al suo CV, avrebbe risparmiato un invio, perché è evidente che non avremo mai bisogno di un profilo come il suo, né per noi né per i nostri clienti.

La regola base dell'autocandidatura è quella di selezionare bene prima i destinatari: suvvia, fai anche tu un po' di lavoro di screening (non lasciarlo tutto a noi!) e individua le aziende a cui potenzialmente il tuo profilo potrebbe interessare.

Perché? Semplicemente perché fare un invio mirato ti consente di avere maggiori possibilità di essere chiamato: vale la stessa regola che per la selezione degli annunci di lavoro. Sparare nel mucchio fa solo sprecare tempo e cartucce e alla fine l'impressione che ricaverai sarà di delusione: "ho mandato 1500 CV, perché non mi chiama nessuno?"
Un po' deprimente, non trovi?

Quali criteri utilizzare?
Vicinanza geografica. Valuta dove sei disposto ad andare a lavorare: è inutile inviare spontaneamente un curriculum in un'azienda a 50km da casa se solo l'idea di entrare in tangenziale ogni mattina ed ogni sera ti fa venire il voltastomaco. Se invece la distanza non è un problema per te, rendi la cosa esplicita anche nella tua candidatura.

Dimensione dell'azienda: le dimensioni contano, eccome! Contano perché tutti magari sogniamo la megamultinazionale col brand di richiamo, ma poi non siamo i tipi che si adeguano a certe rigide formalità. Contano perché se sei un Direttore Megagalattico il tuo profilo può non essere di interesse in un'azienda a conduzione famigliare.

Settore di appartenenza: ovviamente mi rifaccio all'esempio all'inizio del post...e dall'altra parte altrettanto ovviamente ci sono casi di profili professionali trasversali (centralino, amministrazione...) in cui il settore ha scarsa rilevanza.

Stato di salute dell'azienda se lo conosci, ovviamente: ma mi immagino che ragionevolmente non manderai il tuo CV alla ditta sotto casa che da 6 mesi ha fuori gli striscioni dei sindacati e la tenda di chi fa il picchetto...

A chi indirizzare la candidatura?
Affronto questo punto per riprendere il suggerimento che tempo fa mi aveva passato Marta:
ma vogliamo parlare anche dell'indirizzo a cui inviare i cv?! cioè, tu lo fai per mestiere e a te giustamente arrivano i curricula... ma sai quanti cv sono arrivati a me negli anni ai vari indirizzi comunicazione@ o ufficiostampa@... ?! ma perché??
La questione è piuttosto delicata, perché non sempre è facile capire a chi va mandata la mail (sto dando un po' per scontato che si sia oramai abbandonato l'invio cartaceo...per quanto in alcuni casi non lo scarterei a priori)
Diciamo che il buon senso dovrebbe portarti a cercare l'indirizzo delle risorse umane (personale@..., risorseumane@....., hr@..., recruiting@...), evitando a pie' pari i vari marketing@..., amministrazione@...., info@.... a meno che siano espressamente indicati come destinatari.

Spesso e volentieri sul sito stesso dell'azienda c'è una sezione "Lavora con noi", che può portare il tuo curriculum direttamente sulla scrivania del Direttore del Personale, tanto quanto nel suo cestino...
Diciamo che, a parte i casi di aziende specifiche che hanno sempre delle ricerche aperte, qui la fortuna gioca un ruolo piuttosto importante nel far sì che si incrocino positivamente il momento in cui l'azienda sta cercando un profilo proprio come il tuo, e il tuo curriculum.

In conclusione: l'autocandidatura è un canale da esplorare senza ombra di dubbio, ma sempre rimanendo consapevole che non è quello con la maggior possibilità di successo.

Quali sono le tue esperienze in merito? Trovi che sia uno strumento comunque efficace? Se vuoi portarci la tua esperienza o condividere dubbi e domande, lo spazio dei commenti è tutto tuo!

lunedì 14 settembre 2015

Parliamo di soldi

Anticipo al volo un argomento che avrei trattato un po' più in là, anche solo per seguire un minimo di filo logico... (ah ma, già: c'è la pagina Seriamente pensata apposta! Ora posso dedicarmi a qualunque argomento che mi passi per la testa!)

Comunque dicevo...
Siccome ultimamente mi capita spesso, mi son chiesta se nessuno pensa mai a come funziona il discorso della richiesta economica quando si sta cambiando lavoro.

Noi abbiamo questa abitudine di chiedere ai candidati sia la retribuzione attuale che quella desiderata...e qui capitano scivoloni pazzeschi.
Capisco che uno, come si suol dire, "ce stà a provà"...ma chiedere uno stipendio maggiorato del 25/30% rispetto all'attuale, è veramente troppo.

Magari può sembrare una cosa minima, "al momento ho una RAL (Retribuzione Annua Lorda) di 25000€, ne chiedo 30000, che saranno mai 5mila euro lordi in più? Praticamente una miseria!"

Eh no...qui stiamo parlando del 20% in più: rapportato al ruolo e all'esperienza, è chiedere molto! Per essere in linea con le aspettative delle aziende (che sì, ovviamente si immaginano una richiesta al rialzo...) diciamo che la media dovrebbe essere intorno al 10% in più.

Ora, non voglio star qui a sindacare su ogni singolo caso: se sei sottopagato è ovvio che stai cercando di adeguarti ai livelli di mercato! Ma se devi "sparare" cifre a caso, spero di averti dato almeno un metro di valutazione con un minimo di criterio.

Se però avessi altre esperienze da condividere, siamo qui per parlarne!


martedì 4 agosto 2015

Buon riposo...

Mi prenderò un mesetto di pausa, tra famiglia e qualche momento di relax... 

Auguro anche a te una buona vacanza, ma se proprio non puoi stare con le mani in mano, agosto può essere un buon momento per preparare il necessario per la stagione della caccia…al lavoro! Trovi tutte le indicazioni seguendo la pagina "Seriamente".

Buon lavoro!

mercoledì 29 luglio 2015

Forse è il momento di una revisione del CV...

...se ti accorgi che le ultime telefonate che hai ricevuto erano da parte di aziende che ti volevano proporre attività diverse da quelle che hai in mente di svolgere tu.



La prima volta passi, un'incomprensione può capitare, il CV è stato letto male e velocemente: scoccia un po' aver sperato per un momento in un'opportunità di lavoro, ma son cose che capitano.

La seconda volta passi, hanno fatto una ricerca testuale e nel curriculum la parola chiave era scritta abbastanza spesso da arrivare in cima ai risultati ordinati per rilevanza. Sei forse un pochino più scocciato di prima, ma vabbè.

La terza volta inizi a pensare che certi selezionatori siano davvero storditi per non capire che tu vorresti fare proprio altro!

Alla quarta dovrebbe, credo, iniziare a sorgerti qualche dubbio sul tuo curriculum.

Ovviamente anche i selezionatori non sono infallibili e commettono degli errori! Ma, come disse una volta qualcuno, tre coincidenze costituiscono una prova, e allora vale la pena iniziare a pensare che il tuo CV forse non rispecchia esattamente l'immagine che vorresti trasmettere a chi sta cercando del personale.

Che fare?

Prova a rivedere i tuoi obiettivi e, cercando di essere il più oggettivo possibile, riprendi in mano il tuo curriculum e cerca di leggerlo con gli occhi di chi lo apre per la prima volta sperando di trovare il candidato ideale.

Non è necessario riscriverlo da capo, a volte basta un'aggiustatina, il titolo del ruolo scritto in altro modo, un'etichetta diversa, una frase riformulata, esperienze lontane ridotte a poche righe...

Se poi non ti fidi della tua imparzialità, chiedi aiuto a qualcuno: quattro occhi son sempre meglio di due!




martedì 21 luglio 2015

I Viaggi di Gulliver

Ultimamente mi capita di vedere spesso CV di ragazzi volenterosi che si dichiarano disponibili a trasferirsi ovunque pur di trovare lavoro.
E questo naturalmente mi fa molto piacere, perché apprezzo sempre chi alza il proverbiale deretano dalla sedia e si muove, senza aspettare che il lavoro dei suoi sogni si materializzi davanti a lui...

Qualche considerazione però la faccio lo stesso, prendila come suggerimento in caso anche tu fossi nella stessa situazione:

- indica solo le località/zone dove vuoi veramente andare: non dichiararti disponibile per Palermo se vieni da Trento e non vivi senza le tue montagne, e viceversa.

- non segnalare "estero" in generale perché non vuol dire niente.

- se hai preferenza per un paese straniero sii almeno consapevole della tua abilità con le lingue altrui: l'inglese naturalmente è d'obbligo, ma ci sono nazioni (per esempio la Germania) dove per lavorare a volte è indispensabile conoscere comunque a buon livello anche la lingua locale. Del CV in inglese abbiamo già parlato...

- se sai già di avere un appoggio a Milano, a Roma, a Torino, segnalo comunque nel curriculum, nella lettera di candidatura, sul profilo Monster: convincerai più facilmente il selezionatore a contattarti.

Spesso infatti, non lo nascondo, personalmente evito di chiamare candidati che si propongono per ogni singola provincia italiana, perché è successo molte volte di perdere tanto tempo da entrambe le parti senza concludere niente, solo per motivi legati al trasferimento (difficoltà logistiche, costi, motivazione insufficiente...).
Ma se vedo che la persona è già abituata a viaggiare o che mi indica un domicilio nella zona di mio interesse, allora non mi faccio problemi.

E tu, hai già pensato a come segnalare la tua disponibilità al trasferimento?



giovedì 2 luglio 2015

Insistenza

Ultimamente siamo sotto attacco da parte di un candidato un po' stalker, che cerca in ogni modo di farsi notare.

Indubbiamente ci è riuscito.
Sfortunatamente per lui, però, nel modo sbagliato.

Diciamo che, nell'ordine:
- candidarsi sul sito
- mandare una mail di autocandidatura
- rispondere all'annuncio
- rispondere allo stesso annuncio su un altro sito
- telefonare
- sentirsi dire che non è in linea e non ci sono ricerche aperte per il proprio profilo

e dopo una settimana

- candidarsi sul sito
- mandare una mail di autocandidatura
- rispondere all'annuncio
- telefonare
- candidarsi sul sito
- mandare una mail di autocandidatura
- rispondere all'annuncio
- telefonare
- candidarsi sul sito
- mandare una mail di autocandidatura
- rispondere all'annuncio
- telefonare
(ad libitum)

...ecco, sicuramente non aiuta a lasciare una buona impressione.

Certamente c'è chi ha detto
"Chiedete e vi sarà dato
Cercate e troverete
Bussate e vi sarà aperto" non fosse altro che per la vostra insistenza...

...però nessuno ha specificato se poi si sia stati accolti a braccia aperte!



Photo by Omer Ziv
 
Se poi vuoi sapere com'è andata a finire...bhè, gli abbiamo scritto facendogli presente che il suo non è il modo migliore di presentarsi ad una azienda che potenzialmente potrebbe essere il suo datore di lavoro.
Ci ha ringraziato per il suggerimento :)



venerdì 26 giugno 2015

Una sintesi tra "MAAM" e "Volevo fare l'astronauta"

Adesso che è passato l'entusiasmo dalle recensioni, ti lascio qualche appunto sparso di pensieri nati in questi due mesi di "digestione", rilevando che in qualche modo questi due libri si collegano tra loro per alcuni versi.

Mi infatti è capitato talvolta di rimuginare sul fatto che:

- non è detto che una mamma al rientro dal lavoro sia piena di energie da spendere: io muoio di sonno, non sono concentrata, non riesco a focalizzarmi. La mattina dopo non riesco a riprendere il filo delle cose lasciate il pomeriggio prima

- mi va anche bene che tutto sommato faccio un lavoro che mi piace, magari non copre al 100% i miei desideri e la mia vocazione, ma ci si avvicina abbastanza, quindi sono anche motivata a impegnarmi e sforzarmi di ricavare delle energie utili allo svolgimento del lavoro


da Wikimedia Commons
- credo che spesso, quando si fanno le riflessioni che generano progetti tipo MAAM, si faccia l'errore di tagliare fuori una buona fetta di lavoratrici che difficilmente fanno il lavoro dei loro sogni, ma perché non è scontato che tutti abbiano una vocazione lavorativa, magari lavorano solo per necessità e quindi si adeguano. Molti lavori mi rifiuto di credere che siano l'obiettivo di qualcuno. Naturalmente spero che chi si accontenta sul lavoro trovi poi realizzazione in altri ambiti della vita, ma pretendere che queste mamme, che riprendono a fare un lavoro che non interessa loro svolgere, siano tutte piene di energia da utilizzare in questo campo, mi pare troppo.
Mi sembra solo una visione un po' snob, una divisione tra i ruoli poco realistica. Poi magari mi rendo conto che chi si strugge tra la carriera e i figli sono solo alcune categorie di lavoratrici, mentre altre vedono il lavoro come una necessità strettamente connessa al ruolo di madre, una forma di accudimento metaforico legato al portare a casa la proverbiale pagnotta...
Ma un'operaia, una colf...arriveranno mai a leggere MAAM?

- le aziende, nel trattare una donna in maternità e il suo rientro al lavoro, considerano questo aspetto, questa differenza tra i ruoli professionali? Forse non è giusto fare di tutta l'erba un fascio, negare che a una professionista interessi davvero riprendere il lavoro e quindi reiterare tutti quegli stereotipi legati alla scrivania nel sottoscala, al mobbing, alle pressioni. In questi casi forse l'azienda dovrebbe davvero ascoltare la sua dipendente, preparare il rientro assieme supportandosi a vicenda nei primi mesi. Fortunatamente ci sono casi in cui questo avviene, e altrettanto fortunatamente io ne sono una prova...va anche detto che parte della responsabilità è anche della lavoratrice, che sarebbe meglio restasse in contatto con colleghi e superiori, anche in modo informale, per non piombare ex abrupto il primo giorno in ufficio e non sapere da che parte è girata.

Comunque, in sintesi, il mio pensiero finale è:

MAAM va bene per le mamme che volevano fare l'astronauta e ci sono riuscite
Poi magari mi dirai che ho scoperto l'acqua calda, ma almeno mi son tolta lo sfizio di condividere questo pensiero.



venerdì 19 giugno 2015

[Letto per voi] MAAM - La maternità è un master

Era un po' che volevo scrivere un post sul tema della maternità...all'incirca da un anno, almeno! Poi diciamo che ne sono stata quasi letteralmente travolta, il tempo è volato e ora...eccomi qui.

In realtà non era precisamente questo che avevo in mente, c'è ancora una bozza salvata con qualche appunto che prima o poi svilupperò perché son temi sempre attuali, ma oggi vorrei partire da un aspetto di questo argomento che mi sembra un po' più attuale.

Ho comprato e divorato questo libro, MAAM. La maternità è un master che rende più forti uomini e donne (BUR, 2014), di Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, che aspettavo già dallo scorso anno, quando gli autori hanno lanciato in rete, anche grazie alla rubrica del Corriere La 27esima Ora, un sondaggio per indagare quale ruolo la maternità ha rivestito, per le lavoratrici, nel modificare lo stile di leadership o semplicemente la presenza sul luogo di lavoro.

Emerge da questo lavoro una nuova concezione della maternità, concepita non più come un ostacolo, ma come un evento che genera una nuova energia, da applicare non solo nella vita privata, ma anche nel lavoro. Innanzitutto, già riunire queste due sfere può risultare vincente, perché le competenze maturate in ciascuno dei due ambiti vengono incontro alle esigenze di gestione famigliare e lavorativa: gestione del tempo, organizzazione dei compiti, reazione allo stress...solo che molto spesso non si pensa in termini di competenze ma di compiti da svolgere, e questi due mondi sembrano irrimediabilmente separati, tanto da costringerci ad indossare maschere diverse per ogni ruolo che ricopriamo.

Le interviste raccolte, invece, narrano una storia di nuove consapevolezze che affiorano, quando la neomamma riesce a uscire da se stessa, dal centro del quadro in cui si rappresenta assieme al bambino, e amplia la propria visione per abbracciare un nuovo punto di vista.

Le tematiche affrontate sono tante, ma per non annoiarti estrapolerò le principali parole chiave che mi hanno colpito di più...

(vocina pedante che arriva dal fondo della mente: "ora elenca gli aspetti del libro che ti hanno colpito di più e spiega perché". Strano, somiglia alla prof di lettere delle medie... )

...

Dicevamo:
  • transilienza - una "meta-competenza" che permette finalmente di conciliare tutti i ruoli che ricopriamo nella vita, senza costringerci a cambiare "maschera" ogni volta che ne interpretiamo uno, ma che fa fluire da un ruolo all'altro le migliori competenze che abbiamo maturato nel nostro cammino. 
  • generatività - una parola di speranza per chi madre (o padre) non lo è diventato: generare non riguarda solo i figli, è un atteggiamento intrinseco strettamente connesso alla creatività: "è il desiderio di dare vita, di far uscire nel mondo qualcosa che ci trascenda", che sia un figlio, un libro, un progetto, un'azienda... 
  • delega - diventare mamma impone, per mantenere un certo grado di salute mentale nonché fisica, accettare la necessità di delegare qualcosa agli altri: parte della cura del figlio, della casa, di altri aspetti prettamente pratici. La delega è dare fiducia ad un altro, che può fare le cose per lo meno come noi (meglio no, non esageriamo: siamo pur sempre la mamma!); e se permettiamo a qualcun altro di prendersi cura di un figlio, non siamo allora pronti a lasciare in mano una parte di un progetto lavorativo?
  • less ego - il concetto che mi ha veramente aperto un'altra prospettiva. Letteralmente significa "meno ego" e si tratta di quell'atteggiamento che ti porta a uscire da una visione egocentrica, per spostarti al margine della scena e poterla in realtà vedere da una prospettiva più completa e oggettiva. Molto utile per risolvere questioni complesse.
  • gestione della complessità - viviamo in un mondo complicato, un "VUCA world" (Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous), che ci costringe ad abbandonare approcci statici e stanchi a favore di una visione dei problemi volta all'analisi, all'osservazione e alla ricerca di una soluzione più creativa.
Poi confesso che c'è anche qualche aspetto che non ho particolarmente apprezzato, ma mi rendo conto che il mio approccio molto pratico e troppo razionale difficilmente viene a patti con il suggerimento di pratiche di meditazione e "respirazione sole-luna", che mi hanno lasciato piuttosto perplessa.

Nel complesso comunque il libro è veramente interessante e potrebbe essere un buon toccasana per quelle mamme (sopratutto neo) che fanno magari fatica a conciliare la propria identità professionale con il nuovo ruolo genitoriale.

lunedì 15 giugno 2015

Lo sfogo - guest post

Condivido (in tutti i sensi!) lo sfogo odierno di Francesca:
Cari giovani (con o senza esperienza) in cerca di lavoro
Potreste aver l'accortezza di rileggere 10 volte (DIECI) il vostro CV prima di inviarlo ovunque?
Eviterete in questo modo:
- di inviare allegati rinominati "daicazzooooooooo". Suggerisco, in alternativa, CV_NOMECOGNOME;
- di scrivere "Reseptionist" e "Inglese buono" nella stessa pagina;...
- di dichiarare che siete laureandi in "Economia e l'Egislazione d'Impresa" (con tanto di cura nelle maiuscole). Dichiarare il falso è un reato, mi sembra.
Il rischio è di essere ricontattati per un colloquio conoscitivo.
Mi fate scendere la crema... SVEGLIA!


venerdì 12 giugno 2015

[Letto per voi] Volevo fare l'astronauta


Wow, che storia, questo libro. Anche pericoloso, volendo: da leggere con cautela, non adatto ai cuori deboli e agli animi vacillanti...

Era tanto che non mi capitava di leggere un libro così, di quelli che ti fanno riflettere, ragionare anche quando lo richiudi, scendi dal treno e ti avvii verso l'ufficio.

"Potenzialmente, un terremoto esistenziale", dicevo presentandotelo dopo aver letto solo poche pagine, e te lo confermo a lettura ultimata.

In pratica, in tutto il libro non farai altro che chiederti

sono felice?

mi piace il lavoro che faccio? mi soddisfa? sto seguendo la mia vocazione?

Ecco: vocazione è il termine chiave, ripetuto fino alla nausea in ogni pagina, ma estremamente efficace; è la chiamata del cuore, quella che gli autori ti invitano a seguire, facendo tacere la voce della ragione e la voce "del popolo", che ti ancorano a terra con obiezioni spesso di natura solo materiale, ma che non ti danno gli stimoli per seguire il tuo istinto.

Ok, detta così sembra tutto molto idealistico: facciamo tutti quel che più ci piace e via.
Ma comunque no, non è questo che si intende. Ovvio: stiamo comunque parlando di lavoro!

In concreto: il libro si apre con qualche pagina di teoria molto ben formulata, ma la parte interessante è data dalle storie che occupano la gran parte del volume, perché calano nel concreto quanto espresso nelle prime pagine.
Ogni storia è diversa, racconta come il protagonista abbia raggiunto, o stia raggiungendo, il compimento della propria vocazione, facendo emergere chiaramente gli elementi che possono aiutare nell'individuazione della propria realizzazione personale e professionale.

Accompagnano e aiutano nell'autoanalisi anche delle schede con domande che prendono spunto da ogni storia e che pungolano in maniera mai banale la tua coscienza, per farti riflettere e ragionare su dove sei ora, per capire se stai andando dove volevi o se nel viaggio hai sbagliato sentiero.

Ma come si riconosce la vocazione? con un profondo lavoro di conoscenza di se stessi, partendo dalle proprie attitudini, dai propri gusti, dalle proprie passioni, non trascurando ma anzi dando il giusto peso anche alle passioni dell'infanzia e della prima giovinezza.
A volte è facile, la tua vocazione è semplicemente seguire quella passione a cui non potresti rinunciare nemmeno volendo, perché per te è come l'aria che respiri, e tutto viene naturale e spontaneo.
Altre volte occorre un po' più di concentrazione, per capire come alcune attitudini possano essere convogliate in una professione.
Altre volte ancora si vede la meta ma non la strada per raggiungerla, e allora ci si blocca, in stallo, su una fastidiosa incertezza.

Tutto questo si colloca molto bene all'interno del tema a me molto caro (e ultimamente anche piuttosto ricorrente) dell'orientamento professionale. Anche se non so se lo consiglierei a chiunque, per paura di scoraggiare o ancora confondere chi non è molto sicuro di sé stesso.

Certamente invece lo darei in mano a chi si sente insoddisfatto del proprio presente lavorativo, e percepisce di poter dare di più se solo fosse in un altro contesto. E allora gli spunti, le domande, le riflessioni potrebbero aiutarlo a capire la sua vera vocazione e magari ad abbattere i muri di obiezioni più o meno ragionevoli, per riuscire finalmente a realizzarsi.

lunedì 20 aprile 2015

Nel frattempo...


"...il lavoro deve dare qualcosa oltre allo stipendio. Passiamo al lavoro una parte importante della vita. Un lavoro che non chiede nulla si può sopportare, per necessità. Ma che un giovane ne sia felice mi rattrista e insieme mi allarma"

scrive Chiara Peri nel suo blog.

Ho iniziato a leggere "Volevo fare l'astronauta" e si parte anche da questo concetto.
Interessante. E anche molto sfidante.

Potenzialmente, un terremoto esistenziale.

Ti saprò dire.

PS: sì, ho finito MAAM e il post è in lavorazione.
Continuo a ripeterlo, lo so, ma... abbi pazienza ;)

giovedì 2 aprile 2015

[comunicazione di servizio] Sono ancora qui, eh!

Sì sì, tranquillo, non ho chiuso i battenti: baracca e burattini sono tutti qui, pronti per essere rinfrescati e tornare in scena.

Mi sono presa una piccola pausa obbligata, altri compiti e responsabilità più pressanti hanno fatto volare questi ultimi mesi: non mi ero accorta fosse passato così tanto dall'ultimo post!

Ma ora sono pronta (più che altro mentalmente...avere il tempo è un'altra cosa!) a ricominciare a tediarti con i miei racconti e i miei consigli non richiesti.

Ho tenuto un po' più viva la pagina Facebook, condividendo pensieri e contributi altrui, ma ora c'è tanta carne al fuoco che mi piacerebbe tornare a trattare in maniera più approfondita qui.

Ti chiedo solo un po' di pazienza, io ci metto l'impegno ma per la costanza...dovremo aspettare ancora un po'!

A presto!