venerdì 26 giugno 2015

Una sintesi tra "MAAM" e "Volevo fare l'astronauta"

Adesso che è passato l'entusiasmo dalle recensioni, ti lascio qualche appunto sparso di pensieri nati in questi due mesi di "digestione", rilevando che in qualche modo questi due libri si collegano tra loro per alcuni versi.

Mi infatti è capitato talvolta di rimuginare sul fatto che:

- non è detto che una mamma al rientro dal lavoro sia piena di energie da spendere: io muoio di sonno, non sono concentrata, non riesco a focalizzarmi. La mattina dopo non riesco a riprendere il filo delle cose lasciate il pomeriggio prima

- mi va anche bene che tutto sommato faccio un lavoro che mi piace, magari non copre al 100% i miei desideri e la mia vocazione, ma ci si avvicina abbastanza, quindi sono anche motivata a impegnarmi e sforzarmi di ricavare delle energie utili allo svolgimento del lavoro


da Wikimedia Commons
- credo che spesso, quando si fanno le riflessioni che generano progetti tipo MAAM, si faccia l'errore di tagliare fuori una buona fetta di lavoratrici che difficilmente fanno il lavoro dei loro sogni, ma perché non è scontato che tutti abbiano una vocazione lavorativa, magari lavorano solo per necessità e quindi si adeguano. Molti lavori mi rifiuto di credere che siano l'obiettivo di qualcuno. Naturalmente spero che chi si accontenta sul lavoro trovi poi realizzazione in altri ambiti della vita, ma pretendere che queste mamme, che riprendono a fare un lavoro che non interessa loro svolgere, siano tutte piene di energia da utilizzare in questo campo, mi pare troppo.
Mi sembra solo una visione un po' snob, una divisione tra i ruoli poco realistica. Poi magari mi rendo conto che chi si strugge tra la carriera e i figli sono solo alcune categorie di lavoratrici, mentre altre vedono il lavoro come una necessità strettamente connessa al ruolo di madre, una forma di accudimento metaforico legato al portare a casa la proverbiale pagnotta...
Ma un'operaia, una colf...arriveranno mai a leggere MAAM?

- le aziende, nel trattare una donna in maternità e il suo rientro al lavoro, considerano questo aspetto, questa differenza tra i ruoli professionali? Forse non è giusto fare di tutta l'erba un fascio, negare che a una professionista interessi davvero riprendere il lavoro e quindi reiterare tutti quegli stereotipi legati alla scrivania nel sottoscala, al mobbing, alle pressioni. In questi casi forse l'azienda dovrebbe davvero ascoltare la sua dipendente, preparare il rientro assieme supportandosi a vicenda nei primi mesi. Fortunatamente ci sono casi in cui questo avviene, e altrettanto fortunatamente io ne sono una prova...va anche detto che parte della responsabilità è anche della lavoratrice, che sarebbe meglio restasse in contatto con colleghi e superiori, anche in modo informale, per non piombare ex abrupto il primo giorno in ufficio e non sapere da che parte è girata.

Comunque, in sintesi, il mio pensiero finale è:

MAAM va bene per le mamme che volevano fare l'astronauta e ci sono riuscite
Poi magari mi dirai che ho scoperto l'acqua calda, ma almeno mi son tolta lo sfizio di condividere questo pensiero.



venerdì 19 giugno 2015

[Letto per voi] MAAM - La maternità è un master

Era un po' che volevo scrivere un post sul tema della maternità...all'incirca da un anno, almeno! Poi diciamo che ne sono stata quasi letteralmente travolta, il tempo è volato e ora...eccomi qui.

In realtà non era precisamente questo che avevo in mente, c'è ancora una bozza salvata con qualche appunto che prima o poi svilupperò perché son temi sempre attuali, ma oggi vorrei partire da un aspetto di questo argomento che mi sembra un po' più attuale.

Ho comprato e divorato questo libro, MAAM. La maternità è un master che rende più forti uomini e donne (BUR, 2014), di Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, che aspettavo già dallo scorso anno, quando gli autori hanno lanciato in rete, anche grazie alla rubrica del Corriere La 27esima Ora, un sondaggio per indagare quale ruolo la maternità ha rivestito, per le lavoratrici, nel modificare lo stile di leadership o semplicemente la presenza sul luogo di lavoro.

Emerge da questo lavoro una nuova concezione della maternità, concepita non più come un ostacolo, ma come un evento che genera una nuova energia, da applicare non solo nella vita privata, ma anche nel lavoro. Innanzitutto, già riunire queste due sfere può risultare vincente, perché le competenze maturate in ciascuno dei due ambiti vengono incontro alle esigenze di gestione famigliare e lavorativa: gestione del tempo, organizzazione dei compiti, reazione allo stress...solo che molto spesso non si pensa in termini di competenze ma di compiti da svolgere, e questi due mondi sembrano irrimediabilmente separati, tanto da costringerci ad indossare maschere diverse per ogni ruolo che ricopriamo.

Le interviste raccolte, invece, narrano una storia di nuove consapevolezze che affiorano, quando la neomamma riesce a uscire da se stessa, dal centro del quadro in cui si rappresenta assieme al bambino, e amplia la propria visione per abbracciare un nuovo punto di vista.

Le tematiche affrontate sono tante, ma per non annoiarti estrapolerò le principali parole chiave che mi hanno colpito di più...

(vocina pedante che arriva dal fondo della mente: "ora elenca gli aspetti del libro che ti hanno colpito di più e spiega perché". Strano, somiglia alla prof di lettere delle medie... )

...

Dicevamo:
  • transilienza - una "meta-competenza" che permette finalmente di conciliare tutti i ruoli che ricopriamo nella vita, senza costringerci a cambiare "maschera" ogni volta che ne interpretiamo uno, ma che fa fluire da un ruolo all'altro le migliori competenze che abbiamo maturato nel nostro cammino. 
  • generatività - una parola di speranza per chi madre (o padre) non lo è diventato: generare non riguarda solo i figli, è un atteggiamento intrinseco strettamente connesso alla creatività: "è il desiderio di dare vita, di far uscire nel mondo qualcosa che ci trascenda", che sia un figlio, un libro, un progetto, un'azienda... 
  • delega - diventare mamma impone, per mantenere un certo grado di salute mentale nonché fisica, accettare la necessità di delegare qualcosa agli altri: parte della cura del figlio, della casa, di altri aspetti prettamente pratici. La delega è dare fiducia ad un altro, che può fare le cose per lo meno come noi (meglio no, non esageriamo: siamo pur sempre la mamma!); e se permettiamo a qualcun altro di prendersi cura di un figlio, non siamo allora pronti a lasciare in mano una parte di un progetto lavorativo?
  • less ego - il concetto che mi ha veramente aperto un'altra prospettiva. Letteralmente significa "meno ego" e si tratta di quell'atteggiamento che ti porta a uscire da una visione egocentrica, per spostarti al margine della scena e poterla in realtà vedere da una prospettiva più completa e oggettiva. Molto utile per risolvere questioni complesse.
  • gestione della complessità - viviamo in un mondo complicato, un "VUCA world" (Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous), che ci costringe ad abbandonare approcci statici e stanchi a favore di una visione dei problemi volta all'analisi, all'osservazione e alla ricerca di una soluzione più creativa.
Poi confesso che c'è anche qualche aspetto che non ho particolarmente apprezzato, ma mi rendo conto che il mio approccio molto pratico e troppo razionale difficilmente viene a patti con il suggerimento di pratiche di meditazione e "respirazione sole-luna", che mi hanno lasciato piuttosto perplessa.

Nel complesso comunque il libro è veramente interessante e potrebbe essere un buon toccasana per quelle mamme (sopratutto neo) che fanno magari fatica a conciliare la propria identità professionale con il nuovo ruolo genitoriale.

lunedì 15 giugno 2015

Lo sfogo - guest post

Condivido (in tutti i sensi!) lo sfogo odierno di Francesca:
Cari giovani (con o senza esperienza) in cerca di lavoro
Potreste aver l'accortezza di rileggere 10 volte (DIECI) il vostro CV prima di inviarlo ovunque?
Eviterete in questo modo:
- di inviare allegati rinominati "daicazzooooooooo". Suggerisco, in alternativa, CV_NOMECOGNOME;
- di scrivere "Reseptionist" e "Inglese buono" nella stessa pagina;...
- di dichiarare che siete laureandi in "Economia e l'Egislazione d'Impresa" (con tanto di cura nelle maiuscole). Dichiarare il falso è un reato, mi sembra.
Il rischio è di essere ricontattati per un colloquio conoscitivo.
Mi fate scendere la crema... SVEGLIA!


venerdì 12 giugno 2015

[Letto per voi] Volevo fare l'astronauta


Wow, che storia, questo libro. Anche pericoloso, volendo: da leggere con cautela, non adatto ai cuori deboli e agli animi vacillanti...

Era tanto che non mi capitava di leggere un libro così, di quelli che ti fanno riflettere, ragionare anche quando lo richiudi, scendi dal treno e ti avvii verso l'ufficio.

"Potenzialmente, un terremoto esistenziale", dicevo presentandotelo dopo aver letto solo poche pagine, e te lo confermo a lettura ultimata.

In pratica, in tutto il libro non farai altro che chiederti

sono felice?

mi piace il lavoro che faccio? mi soddisfa? sto seguendo la mia vocazione?

Ecco: vocazione è il termine chiave, ripetuto fino alla nausea in ogni pagina, ma estremamente efficace; è la chiamata del cuore, quella che gli autori ti invitano a seguire, facendo tacere la voce della ragione e la voce "del popolo", che ti ancorano a terra con obiezioni spesso di natura solo materiale, ma che non ti danno gli stimoli per seguire il tuo istinto.

Ok, detta così sembra tutto molto idealistico: facciamo tutti quel che più ci piace e via.
Ma comunque no, non è questo che si intende. Ovvio: stiamo comunque parlando di lavoro!

In concreto: il libro si apre con qualche pagina di teoria molto ben formulata, ma la parte interessante è data dalle storie che occupano la gran parte del volume, perché calano nel concreto quanto espresso nelle prime pagine.
Ogni storia è diversa, racconta come il protagonista abbia raggiunto, o stia raggiungendo, il compimento della propria vocazione, facendo emergere chiaramente gli elementi che possono aiutare nell'individuazione della propria realizzazione personale e professionale.

Accompagnano e aiutano nell'autoanalisi anche delle schede con domande che prendono spunto da ogni storia e che pungolano in maniera mai banale la tua coscienza, per farti riflettere e ragionare su dove sei ora, per capire se stai andando dove volevi o se nel viaggio hai sbagliato sentiero.

Ma come si riconosce la vocazione? con un profondo lavoro di conoscenza di se stessi, partendo dalle proprie attitudini, dai propri gusti, dalle proprie passioni, non trascurando ma anzi dando il giusto peso anche alle passioni dell'infanzia e della prima giovinezza.
A volte è facile, la tua vocazione è semplicemente seguire quella passione a cui non potresti rinunciare nemmeno volendo, perché per te è come l'aria che respiri, e tutto viene naturale e spontaneo.
Altre volte occorre un po' più di concentrazione, per capire come alcune attitudini possano essere convogliate in una professione.
Altre volte ancora si vede la meta ma non la strada per raggiungerla, e allora ci si blocca, in stallo, su una fastidiosa incertezza.

Tutto questo si colloca molto bene all'interno del tema a me molto caro (e ultimamente anche piuttosto ricorrente) dell'orientamento professionale. Anche se non so se lo consiglierei a chiunque, per paura di scoraggiare o ancora confondere chi non è molto sicuro di sé stesso.

Certamente invece lo darei in mano a chi si sente insoddisfatto del proprio presente lavorativo, e percepisce di poter dare di più se solo fosse in un altro contesto. E allora gli spunti, le domande, le riflessioni potrebbero aiutarlo a capire la sua vera vocazione e magari ad abbattere i muri di obiezioni più o meno ragionevoli, per riuscire finalmente a realizzarsi.