martedì 20 giugno 2017

[Intervista] Il formatore/blogger: supportare l'imprenditoria africana

Fatte le valigie? Il passaporto è valido? Tutto pronto? Oggi si parte!
Andiamo in Africa passando per la provincia di Varese e facciamo 4 chiacchiere con Martino, che... beh, leggete voi!

Ciao! Parlaci un po’ di te
Ciao! Sono nato 31 anni fa in una famiglia di musicisti professionisti. Oltre alla musica (classica del ‘600/’700, sopratutto Bach) ho respirato due qualità che ritengo fondamentali nella vita: creatività e determinazione. 
Ho studiato pianoforte e composizione in conservatorio ma intorno ai 16-17 anni ho capito che la musica non era la mia strada. Ho iniziato invece a praticare atletica (mezzofondo) senza raggiungere grandi risultati come atleta ma appassionandomi del continente africano, contesto da dove arrivano i migliori corridori e maratoneti.
Convinto che approfondire le dinamiche della politica e economia internazionale era fondamentale per capire come “gira il mondo” e cercare di renderlo migliore ho studiato Relazioni Internazionali. Ho fatto in modo di fare sempre gli esami in tempo e viaggiare molto (tutte le estati dai 16 ai 23 anni, come volontario o lavoratore). 
A 24 anni, prima di laurearmi, ho vissuto un anno a Nairobi come Servizio Civile. Lì ho capito che avrei voluto lavorare nel settore del supporto alle imprese e startup locali. Sono rientrato in Italia, mi sono laureato, ho mandato un CV a una multinazionale di consulenza aziendale che mi ha assunto a tempo indeterminato. 
A 27 anni mi sono sposato (con Maddalena, insegnante di Italiano), a 28 mi sono licenziato per collaborare con ALTIS (Alta Scuola Impresa e Società) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si trattava di sviluppare una rete di università in Africa che offrissero dei Master internazionali per imprenditori locali in partnership con la Cattolica. Nel 2015, al termine di EXPO, questa iniziativa è diventata la fondazione E4Impact, di cui oggi sono Business Development Manager.

Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Il mio ruolo è difficile da riassumere in una parola. Coordino programmi di formazione universitaria per imprenditori in Africa. Di fatto gestisco l’erogazione di Master internazionali attivi (con docenti italiani e locali) in Senegal, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Ghana, Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda. Anche se formalmente non è così, mi sento più un imprenditore che un manager (ho rischiato il mio contratto e scommesso l’intero mio percorso lavorativo su questo progetto).

Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!) 
Non ho veramente una giornata tipo e sono molto contento di questo. Cerco di iniziare con un po’ di sport a giorni alterni (corsa o bici, dalle 6 alle 7 di mattino). Il resto è ufficio tra email, call su Skype, chat su WhatsApp (sempre la cosa migliore con i colleghi africani!), riunioni con colleghi o potenziali partner/clienti italiani (imprese che sponsorizzano borse di studio o programmi personalizzati). Spesso e volentieri nei fine settimana lavoro dal cellulare per coordinare le attività in giro per l’Africa.
Circa una volta ogni due mesi viaggio in uno/due paesi per 10-15 giorni. In quel caso lavoro unicamente a risultato (es. completare un corso, organizzare un evento, stringere nuove partnership, effettuare percorsi di consulenza a ex allievi, ecc.) 

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La possibilità di viaggiare e conoscere nuove culture e persone. L’emozione di aver creato da zero qualcosa che prima non esisteva.

Quello che cambieresti?
Vorrei ridurre la burocrazia legata all’erogazione del titolo di studio (gestione carriere studenti, riconoscimento equipollenza del valore legale in Ambasciata, ecc.)
Vorrei riuscire a lavorare di più da casa, visto che comunque oltre l‘80% del mio tempo lo trascorro seguendo le università partner in Africa.

Da piccolo, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Fino ai 6 anni: il camionista.
Dai 6 ai 10 anni: il compositore 
Dai 10 ai 14 anni: l’imprenditore
Dai 14 ai 18 anni: il giornalista
Dai 18 ai 23 anni: lavorare nella cooperazione allo sviluppo
Dai 24 ai 27 anni: il manager 
Dai 27 a oggi…: quello che sto facendo. Praticamente un mix di tutto ciò che ho desiderato dalle scuole medie in poi… 
Ovviamente non mi sento né sentirò mai “arrivato”


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Via via ho sviluppato una passione maniacale per l’Africa. Lo lego molto all’atletica (scoperta al liceo) che mi ha portato ad avvicinarmi con rispetto e grande ammirazione ai campioni kenyoti ed etiopi. Ho sempre sognato un mondo in cui chiunque, indipendentemente dalla latitudine a cui nasce, avesse le stesse opportunità. Purtroppo non è ancora così anche se a livello globale in questo senso è meglio oggi di venti o trent’anni fa (anche se in Italia la situazione è al contrario peggiorata).

Come ti sei preparato per il tuo lavoro?
Ho sempre letto moltissimo (almeno un libro a settimana, spesso anche due) al di là di esami/scuola. Non ho mai fatto corsi specifici (corsi brevi o master) ma piuttosto cercato sempre di essere curioso, di studiare per conto mio su internet e conoscere chi già lavorava nel settore. Fondamentali sono state le esperienze all’estero (per imparare le lingue che uso quotidianamente: inglese e francese) e le attività di volontariato (dall’oratorio come animatore, all’ideazione e gestione di una gara di corsa, il Circuito Serale di Orino, al supporto dato all’espansione italiana di Run2gether, un team di atletica austriaco che fa correre atleti kenyoti a scopo sociale).

Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
La fortuna aiuta gli audaci. È sempre un mix.
Un punto chiave è costruirsi un solido network (una rete di persone che si fidano di voi) che rappresenta la chiave di volta per arrivare a molte opportunità in organizzazioni medio-piccole che non pubblicano annunci di lavoro (anche perché non hanno una funzione HR addetta alla selezione e ai colloqui).

Sfatiamo qualche mito o luogo comune legato all'economia africana...e invece quali sono assolutamente reali?
Innanzitutto l’Africa è un continente enorme (un miliardo e 200 milioni di abitanti). Non un paese! E non può essere ridotta a povertà/malattie/guerre. C’è di tutto ed è tutto in veloce trasformazione. Ci sono tanti problemi, di cui non secondario è quello culturale dato dalla colonizzazione europea finita solo 50 anni fa. La cosa indubbia è che c’è una voglia di fare, di rischiare, di provare a fare qualcosa che non si respira più in Europa. 

Martino con il Prof. Fiocca in Sierra Leone

Cosa diresti a chi sta pensando di lavorare, da grande, in un Paese in via di sviluppo?
Che non ha più senso dividere il mondo in “primo mondo” e “paesi in via di sviluppo”. Il centro del mondo non è più l’Europa ma l’Asia. L’Africa sarà sempre più importante e le opportunità di lavoro sempre meno legate all’aiuto” e invece più alla partnership e all’investimento in loco. Da pari a pari. Rispetto al vecchio detto “non dare il pesce, ma insegnare e pescare” non pensate più di tanto a “insegnare a pescare”. Pensate piuttosto di “pescare insieme” e, così facendo, di imparare voi a pescare in un modo differente.  
Sono fondamentali le lingue: inglese, francese e almeno una lingua non europea. Cinese, arabo, hindi, kiswahili. Scegliete un’area, appassionatevi e diventate esperti.
Interessante anche unire alla conoscenza di un’area geografica specifica un settore/processo particolare. Unendo queste due cose vi create una “nicchia di mercato” in cui risaltate automaticamente (faccio un esempio: Marocco e agricoltura biologica, oppure Sud-Est Asiatico e turismo responsabile… ecc.) Anche se i percorsi universitari non vanno affatto in quella direzione.

Hai anche un blog, Vadoinafrica.com: ce ne vuoi parlare?     
L’ho avviato in Marzo di quest’anno per condensare le mie riflessioni e dare consigli a tutti coloro che vogliono lavorare o realizzare un proprio progetto in Africa. Penso che incoraggiare i giovani italiani a guardare all’Africa in un modo differente, né sfruttatore né di aiuto paternalista, sia fondamentale per i giovani africani che hanno bisogno di partner alla pari e per gli italiani che troppo spesso finiscono a Londra o Berlino a fare i camerieri senza dare un senso alla loro permanenza all’estero.
Consiglio a tutti di avviare un proprio spezio web. Ma non un diario (quello fatelo in privato o sui social personali!), bensì un sito specifico su un argomento che vi interessa particolarmente. 

Recentemente la tua anima artistica/musicale è tornata a galla. In che modo?     
Esattamente! Ho sempre continuato a suonare il pianoforte, soprattutto in duo con mio fratello Benedetto, educatore e percussionista. Poche settimane fa abbiamo deciso di lanciarci come duo ibrido tra musica (jam session tra classica e jazz) e cabaret demenziale. Siamo “The Baluba Brothers” e il nostro canale di comunicazione è per ora l’omonima pagina Facebook dove, ogni lunedì, pubblichiamo un breve video.
L’obiettivo è aiutare le persone a capire che un po’ di sana autoironia e di costante messa in discussione “sapendo di non sapere” è la base per vivere bene. In ogni campo.

The Baluba Brothers durante un'esibizione in Feltrinelli a Milano

Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Tra l'altro hai passato dei concetti, legati alla ricerca del lavoro, che anche qui ribadiamo sempre con convinzione: l'importanza del network, della preparazione, delle esperienze extra lavorative... 

Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Appassionatevi di qualcosa e puntate a diventarne i massimi esperti. Non ascoltate chi vi dice “studia questo, studia quello così hai un lavoro sicuro” Tutte balle! Il lavoro sicuro non esiste più, manco per chi va a lavorare in banca o in ospedale! E i lavori per cui vi fanno studiare oggi non esisteranno più tra dieci anni!
Siate sempre curiosi e pensatevi, già a 14-16 anni come imprenditori di voi stessi. L’imprenditore il lavoro non lo cerca, ma lo crea. Per sé in primis e poi anche per gli altri. 
Fate in modo di creare valore, non di consumarlo (es. anziché guardare solo video su YouTube, imparate a caricare i vostri). È incredibilmente più bello, appassionante e motivante! Frequentate posti come incubatori, Fablab, spazi di coworking e provate ad avviare una vostra attività, anche creativa, da giovanissimi. Rischiate meno e potrete imparare tantissimo anche se poi scegliete di fare tutt’altro. E guardate ogni problema come a un’opportunità per migliorarvi.
  
Vi aspetto su: www.vadoinafrica.com (iscrivetevi alla newsletter!)
Twitter: @vadoafrica
IG: @vadoinafrica

Per saperne di più sul progetto avviato con l’Università Cattolica: www.e4impact.org

Le foto di questo post sono tutte di Martino, che ci ha gentilmente permesso di pubblicarle.

* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

venerdì 26 maggio 2017

Sì, ma a cosa serve poi, l'orientamento?

Due chiacchiere al telefono con una ragazza diplomata la scorsa estate.

"Ho visto che ti sei diplomata in ambito economico, ragionieristico...che tipo di posizione lavorativa stai cercando? Perchè comunque noi ci occupiamo di consulenza informatica..."

"Mah, avendo finito gli studi da poco, non è che stia proprio cercando qualcosa di specifico...sì, nel mio ambito, ma va bene qualsiasi cosa, sono disponibile a qualsiasi contratto: stage, apprendistato, tirocinio..."

Sì, ma per fare cosa???

Non lasciamoli soli, 'sti ragazzi, però...che poi si butta via un anno, facendo solo un inutile corso di formazione della durata di un mese, su un programma che impareresti comunque ad usare in 2 settimane al lavoro...

Ecco a cosa potrebbe servire un po' di orientamento: a non buttare via un anno.

foto di nastya_gepp - da Pixabay

martedì 23 maggio 2017

[Intervista] La fotografa

La bussola di oggi ci parla di quello che per molti è un hobby, ma che può diventare una professione vera e propria, soprattutto quando si ha a che fare con una reale passione. Il segreto allora diventa scoprire che cosa veramente si ama, nello specifico, all'interno di una categoria che può sembrare vasta: la nostra ospite l'ha capito, e su questo si è fatta strada, lavorando, provando, sperimentando.
Ed ecco la sua storia.

Benvenuta! Parlaci un po’ di te
Mi chiamo Rossella e sono fotografa da una vita.
I miei genitori erano fotografi anche loro e io sono cresciuta nel laboratorio di mio padre, bello odoroso di acidi di ogni genere. Perché una volta c’erano la camera oscura e i negativi…e io ero lì a tagliare quelli. Poi mentre mio padre giustificava ai clienti la testa mozzata nei fotogrammi che avevo tagliato io, mi innamoravo sempre di più della fotografia e della carta stampata.
A 18 anni ho aperto il mio primo studio, come filiale di quello dei miei, a Tiggiano, in provincia di Lecce, per poi, dopo qualche centinaio di giorni e qualche migliaio di chilometri (oltre che qualche ettolitro di lacrime per la pesante gavetta che s’ha da fa'), ho aperto la mia attività autonoma a Varese.
Adesso, dopo quasi 12 anni di percorso a Varese, mi sposto in Svizzera, seguo l’amore e mi apro nuovi orizzonti. Sempre a caccia di nuova linfa creativa.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sono diventata quasi naturalmente una fotografa matrimonialista, forse perché è l’ambiente più semplice in cui provare delle emozioni durante il lavoro. Non amo infatti la fotografia di paesaggio, d’architettura o di business: preferisco riprendere sentimenti.
Mi piace commuovermi con i ragazzi quando nel guardare le loro foto si emozionano, mi piace farmi venire le fitte al cuore se la grafica sulla scatola dei ricordi mi sembra tanto carina, mi piace ridere di cuore quando racconto agli sposi cosa è successo a quel loro invitato mentre loro non guardavano…mi emoziono, insomma, prima, durante e dopo lo scatto.


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Ormai la mia vita è fatta di colazioni e pranzi frettolosi, spesso davanti al computer a fare postproduzione a gigalate di foto, o dietro a mille appuntamenti roteanti che cambiano il loro ordine continuamente a seconda degli impegni della gente. Quando riesco a sbucciarmi una mela alle cinque del pomeriggio lo considero una vittoria!
Ma sono pienamente felice così. Nel fare esattamente quello che so fare. Non mi immaginerei a fare un altro lavoro.
Ovviamente a volte vorresti far roteare assieme agli appuntamenti anche la gente stessa perché non mancano mai le richieste assurde e le pretese allucinanti e tutti i problemi che qualsiasi lavoratore indipendente ha! Ma poi pensi agli altri clienti che ti vogliono bene e che ti stimano e riprendi il tuo lavoro con più grinta e passione.


Come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Ho avuto la fortuna di incontrare persone nel mio percorso che mi hanno nutrita e mi hanno resa quella che sono! Il mio lavoro e soprattutto il mio stile è frutto non solo degli insegnamenti dei miei maestri (per primi i miei genitori) ma anche dei libri che ho letto e delle foto che ho visto. La mia laurea in filosofia poi, sono certa che metta insieme tante cose e che costituisca il fondo del mio occhio e del mio pensiero. E ora continuo a studiare per fare quello che volevo fare da grande: la fabbricatrice di ricordi.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Anche se so che non è sempre così rose e fiori, perché i percorsi di crescita sono sempre difficili, penso che se si ha qualcosa da dire…SI PUÒ vivere di fotografia!


Le foto di questo post sono tutte di Rossella Putino, che ci ha gentilmente concesso di utilizzarle.

Potete trovare Rossella sul suo sito e sulla sua pagina Facebook

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lunedì 22 maggio 2017

Per favore, mi dai un occhio al CV?

Mi è stato chiesto, per caso, negli stessi giorni, da due amici.

Ho dato un occhio ai CV, certamente; ho anche dato un paio di consigli, fatto le opportune domande in modo da poterli utilizzare subito se necessario.

Ma poi mi sono soffermata sulla sensazione che mi si rigirava nella pancia una volta ricevute queste mail.

Cari amici che mi avete mandato i CV, se state leggendo queste righe, sappiate che non ce l'ho con voi, ma voglio usare questo spunto per una riflessione più generale.

Io non ho nulla contro chi mi manda il CV: li leggo e correggo da anni, mica è questo il problema. Solo che non basta più, non è mai bastato in verità, ma adesso mi risulta sempre più difficile limitarmi a verificare la formattazione, l'impaginazione, la distribuzione del contenuto, la sintesi su 2 pagine...

Se mi leggete da un po' dovreste sapere che IL curriculum non esiste. Esiste un curriculum mirato sull'obiettivo che ci siamo prefissi. Esiste un curriculum che veicola un messaggio preciso, quindi innanzitutto dovreste sapere che cosa volete comunicare.

foto di loufre - da pixabay

Quando mi mandate un CV dovreste dirmi almeno che cosa ne volete fare: lo volete caricare su Monster? Vi serve per rispondere ad un annuncio? Dovete girarlo al vostro amico che ha sentito che nella sua azienda stanno cercando?

Il target è importante, sia in termini di destinatario (a chi lo mandate?) sia in termini di ruolo professionale per cui vi candidate.

Il percorso è lungo, ma del resto "cercare lavoro è un lavoro"...a retribuzione differita (cit. F. Fantini).

E posso confermare che un minimo di sforzo in più poi paga.

Quindi, amici e non, chiedetemi pure un parere ma sappiate che dietro 2 facciate di foglio word deve esserci tanto, ma tanto lavoro...


venerdì 19 maggio 2017

Assegno di ricollocazione: come procede?

Sono oramai due mesi che è partita la sperimentazione per l'assegno di ricollocazione, quello strumento di politiche attive del lavoro che è stato pensato per dare ai disoccupati la possibilità di seguire un percorso di ricollocazione mirato, supportati da enti specializzati proprio in questo.

La sperimentazione è iniziata, dicevamo: avrebbe dovuto coinvolgere 30.000 disoccupati, ne ha per ora raggiunti 600 su circa 20mila lettere inviate.

Ci sono anche i primi successi, come racconta La Nuvola del Lavoro del Corriere, che parla di Elena, una signora del Triveneto che dopo due anni a casa ha finalmente firmato un contratto di 6 mesi.

Non è tutto rose e fiori comunque e, pur dando ogni possibilità a quella che è appunto una sperimentazione, di aggiustamenti da fare ce ne sono.

Innanzi tutto a livello di comunicazionese anche la signora Elena, una volta ricevuta la lettera, ha ammesso che «All’inizio non ho capito di cosa si trattasse. Poi mi sono informata e ho deciso di aderire al progetto»

Ma anche tutto il processo è, come riporta PropostaLavoro, "un meccanismo lento e farraginoso", in cui il candidato deve affrontare le 12 fatiche di Asterix nei meandri della burocrazia, certamente non facilitato da un sistema informatico non ancora allineato.

C'è poi chi, come Pietro Ichino, solleva "critiche alle regole contenute nel Vademecum dell’Anpal, che consente al destinatario della lettera di “pensarci su e riservarsi di aderire in seguito” entro il termine del trattamento di disoccupazione, che può durare fino a 24 mesi. «Chiunque si occupi di politiche attive del lavoro sa che la ricollocazione di una persona è tanto più difficile quanto più lungo è stato il suo periodo di disoccupazione - afferma Ichino -. Consentire di “pensarci su” finché dura il sostegno del reddito significa lisciare il pelo a quella pessima cultura che caratterizza i nostri vecchi servizi per l'impiego, e di riflesso i comportamenti opportunistici di troppi disoccupati: quelli che considerano il godimento dell'ammortizzatore sociale come una sorta di prepensionamento, o comunque di vacanza. Ma questo è esattamente il contrario dell'idea cui si ispira la riforma del 2015».

Per Ichino la riforma « mira invece a coniugare un forte sostegno economico e servizi di assistenza efficaci con una regola seria di condizionalità», volta «a evitare che il sostegno del reddito incentivi l'inerzia dei beneficiari, diventando un fattore di allungamento dei periodi di disoccupazione. Chi ha scritto le regole di questo “esperimento-pilota”, in realtà, non vuole affatto sperimentare la riforma»."
(da Il Sole 24 Ore)

Insomma, come tante altre volte, anche in questo caso le intenzioni sono buone, ma poi resta sempre tanto da sistemare, perché non si ha il coraggio di mettere in campo riforme toste, non si ha il coraggio di rendere i lavoratori i veri protagonisti della ricerca di una nuova occupazione.
Ancora si resta legati ad una mentalità assistenzialista, che non è per niente educativa. Ed è un vero peccato.

foto di Geisteskerker - da pixabay


mercoledì 17 maggio 2017

Il colloquio inizia già al telefono

Stavo seguendo una serie di colloqui per una selezione interna, si tratta di una figura segretariale, anche abbastanza junior.

Le chiamate fatte per convocare i candidati mi hanno spinto a riflettere su come il colloquio, in effetti, inizi già con il primo scambio telefonico: hanno avuto rilevanza positiva le risposte pronte, reattive, e che mi hanno preannunciato una conferma via mail; sono state meno gradite, e certamente hanno sollevato qualche perplessità, i toni spenti, dubbiosi, spaesati.

foto di andreas160578 - da pixabay

Insomma, figlio mio, se mi rispondi alle 16.55 come se ti fossi appena alzato dal letto, mi parli con l'arancia in bocca e mi rispondi a monosillabi, non è che proprio partiamo benissimo, eh.

Quindi un po' di brio, non facciamoci cogliere di sorpresa (soprattutto se ci chiamano a seguito di una nostra candidatura!) ma rispondiamo belli pronti e reattivi.

Hop hop, sciogliere i muscoli e via!

mercoledì 10 maggio 2017

Due chiacchiere davanti a una tazza di te

Oggi siamo ospiti di Francesca di Patatofriendly - Blog di Viaggi coi bambini, e in particolare di Tea&Blog, "la rubrica dedicata a chi desidera diventare Blogger", ricca di consigli, spiegazioni e strumenti pratici.

Qui trovate l'articolo completo ma, giusto per anticiparvi qualcosa, Francesca mi ha coinvolto in particolare per capire se e come un blog vada inserito in un curriculum, come valorizzare le competenze nate o accresciute con il blogging, e per parlare un po' anche di LinkedIn.


Buona visione!







martedì 9 maggio 2017

[Intervista] il Resort Manager - lavorare nell'ospitalità

Oggi ci spostiamo in Toscana, una regione che in questa stagione, secondo me, regala veramente il meglio di sé. Ci facciamo ospitare (purtroppo solo metaforicamente) in un lussuoso resort e scambiamo 4 chiacchiere con chi lo gestisce.


Ciao! Parlaci un po’ di te
Ciao, mi chiamo Mauro Mapelli, ho 37 anni, nato e cresciuto nella ridente Brianza, ma ora dopo vari spostamenti vivo a Colle Val d'Elsa, provincia di Siena.
Lavoro nel mondo dell'ospitalità, lavoro in hotel e nella posizione attuale il mio titolo lavorativo è quello di Resort Manager in un hotel 5 stelle lusso a Casole d'Elsa. In sostanza il mio titolo comporta l'essere capo ricevimento e inoltre gestire insieme al General Manager la parte operativa del Resort ed assicurarmi insieme a lui che tutto funzioni bene. Praticamente in sua assenza sono io a "tirare avanti la baracca"...diciamo il numero 2, o "vice", come vuoi vederla tu...


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
Non ho una giornata tipo, questa è la parte bella del nostro lavoro, perché mi regolo in base all'operativo dell'hotel, ma di base è svegliarmi alla mattina, caffé, assicurarmi che il responsabile di notte abbia fatto il suo dovere leggendo i suoi rapporti notturni, tenere alle 9.00 un meeting con tutti i capi reparto sugli arrivi della giornata, incontrare clienti e assicurarmi che tutti siano felici, rendere felici anche i collaboratori, e poi soprattutto gestire gli imprevisti (tanti) che possono capitare durante la giornata, e rispondere alle mail (tante), tra le altre cose.
Questo è molto riduttivo, la parte strana del lavorare in hotel è che chi non lavora in questo ambito non capisce quanto sia impegnativo e stressante (non che gli altri lavori non lo siano, eh!)


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Beh come ti dicevo, la parte bella è che le giornate sono tutte diverse, c'è la giornata dove fai quasi fatica a fermarti per pranzo e poi c'è la giornata tranquilla dove riesci a fare le cose con calma, poi non lavoro in un classico ufficio in un palazzone di una qualsiasi città grigia ma al momento da qualsiasi lato mi giro vedo le colline toscane e panorami spettacolari, incontro gente nuova e (anche se non sempre) interessante...


In effetti il panorama dalla finestra del mio ufficio in questo momento non potrebbe minimamente competere con il tuo... Ma, giusto per renderci un pochino meno invidiosi, avresti voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Il mio lavoro mi piace e lo faccio con passione perché l'ho scelto io e nessuno mi ha mai puntato una pistola in testa per obbligarmi a farlo. Però tra le cose che mi piacciono meno c'è senza dubbio il fatto che non sai mai quando la tua giornata finisce o che c'è molta meno organizzazione rispetto ad altre professioni, perché quando lavori con il pubblico e con gente esigente l'imprevisto è sempre dietro l'angolo.
Inoltre il mio lavoro mi porta a girare molti posti belli, ma al tempo stesso non hai una dimora "fissa": 3 anni di qui, 4 di là e via, ma anche qui è una scelta mia per la carriera. Mettiamola così, via.
Quello che comunque non mi piace proprio di questo ambito è che si incontrano molto più frequentemente persone che si credono grandi ristoratori o grandi manager ma che in realtà sotto sotto sono solo dei gran chiacchieroni ed incompetenti, ma anche qui credo capiti un po' dappertutto...



Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? 
Non ho mai pensato di lavorare nell'ambito alberghiero. Quando ero piccolo avevo ambizioni diverse, volevo fare lo stewart ma quando mi sono reso conto che avrei fatto il cameriere a 10.000 metri di altezza mi sono detto "anche no". Poi volevo fare il pompiere, il DJ, il giostraio... ma in questo lavoro ci sono capitato un po' per caso.


Qual è stato il tuo percorso scolastico e formativo?
Ho frequentato il PACLE (periti aziendali corrispondenti in lingue estere) e poi ho studiato lingue e letterature straniere allo IULM di Milano, quindi tutt'altro ambito rispetto alla scuola alberghiera. Poi grazie allo IULM ho intrapreso uno stage che mi ha portato all'ufficio vendite internazionali di Hilton, per poi cominciare a fare il receptionist, il notturno (3 anni e mezzo di lavoro di notte fisso), poi supervisore, poi assistente, e poi capo ricevimento e cosi via...
Ho fatto la classica gavetta, poi ho avuto la fortuna di fare corsi organizzati dagli hotel dove lavoravo che mi hanno permesso di migliorare il mio bagaglio.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Non vorrei sembrare banale, ma questo lavoro non è per tutti, comporta giornate impegnative, sacrifici, lavorare giorno e notte, weekend, festivi, turni, un sacco di stress... Ma attenzione, detta così sembra un lavoraccio, ma quando senti o leggi che con il tuo lavoro, il tuo sorriso o il tuo modo di gestire una situazione hai cambiato la giornata di chi magari si sta godendo una vacanza, allora ti senti appagato. Questo lavoro ha formato molto il mio carattere ed il mio modo di essere, mi ha aperto molto, mi ha fatto crescere come uomo e come professionista, e ancora ne ho da imparare!


Sei contento di quello che fai o, potendo, torneresti indietro?
Sono contento di quello che faccio, è un lavoro molto difficile e sono contento di essere in grado di farlo. Forse magari, allo stato attuale delle cose, preferirei un po' meno lavoro e un po' più di vita privata, ma va bene così.


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Grazie a voi per avermi dato voce, sicuramente di aneddoti da raccontare ne avrei un monte, potrei farci un libro, sicuramente ne verrebbe fuori un best seller, soprattutto di personaggi visti quando lavoravo di notte 😄

Possiamo facilmente immaginare, ma sospetto anche che la realtà potrebbe superare l'immaginazione! Beh, grazie ancora e in bocca al lupo per la tua carriera!


* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

mercoledì 3 maggio 2017

La lezione di "Oceania"

"Io dovrei saper navigare!"

"Si chiama orientarsi, principessa: e non è solo vele e nodi.

Vuol dire vedere dove vai con la mente
sapere dove sei
sapendo dove sei stato"

da Oceania, Disney 2016



Non sei al sicuro nemmeno quando guardi un film di animazione: certe perle ti saltano addosso all'improvviso e non puoi fare a meno di rovinare la visione al resto della famiglia, chiedere una pausa e prendere immediatamente appunti.

Però non ho potuto evitarlo! Cosa c'è di meglio di questa metafora per tracciare in pochissimi tratti quello che è un percorso di (auto)orientamento?

Vedere dove vai con la mente
Se non è chiara la visione di quello che vuoi diventare, che vuoi essere da qui a 6 mesi, 3 anni, 10 anni, il resto del percorso sarà faticoso il doppio.
Come già detto e ripetuto, prima di intraprendere qualunque viaggio occorre avere chiara in testa la meta, altrimenti si rischia di girare in tondo sprecando un sacco di tempo e di energie.

Sapere dove sei
Questo non è mica un concetto banale! Ti serve assolutamente sapere da dove stai partendo: se sei a un'ora o a 2 giorni di cammino dalla meta, dovrai calibrare diversamente le tue forze. Devi ragionare su che cosa hai nello zaino, cosa ti può aiutare e cosa invece ti potrebbe rallentare, rappresentando un peso inutile; o ancora che cosa ti manca e potrebbe rivelarsi indispensabile, e quindi a come procurartelo.

Sapendo dove sei stato
Non puoi prescindere da chi sei e dal percorso che ti ha portato fino a qui. Il tuo passato, le tue esperienze, volente o nolente influenzeranno le tue scelte: l'importante è esserne consapevoli, ed usare questa consapevolezza a tuo vantaggio. Se sai dove e quando hai sbagliato, e soprattutto perché, eviterai di ripetere l'errore; se sei cosciente di come hai ottenuto i tuoi successi, avrai la chiave per replicarli.

Ora, solo ora, dovresti saper navigare.

Pertanto: buon viaggio!

martedì 2 maggio 2017

[Intervista] L'insegnante di scuola primaria

Una delle nostre prime ospiti è stata Marta, insegnante di scuola dell'infanzia. Il tempo passa, i figli crescono e le mamme imbiancano, quindi dopo quella che una volta si chiamava scuola materna, inesorabilmente si passa a quella che ora pare si chiami scuola primaria (e ne sappiamo qualcosa noi, che proprio quest'anno abbiamo inaugurato la stagione di cartella/astucci/quaderni/diario/libri). Per fortuna abbiamo incontrato delle ottime maestre, categoria di cui fa parte anche la nostra intervistata odierna, che sprizza entusiasmo e amore per il proprio lavoro e lo infonde in ogni parola.


Benvenuta!Parlaci un po’ di te!
Sono Carolina, ventinovenne ancora per un po’ di mesi: a Settembre entrerò definitivamente nell’era degli enta, un passaggio importante, che ti fa sentire ormai GRANDE! Ebbene sì, il 2017 sarà un anno di cambiamenti, riuscirò anche a mettermi una fede al dito 😉
Detto ciò, sono una persona socievole, altruista e sensibile, a volte fin troppo ma se così non fosse non sarei io! Amo stare in mezzo alla gente, viaggiare, esplorare nuove mete, ma non nego che l’attrattiva del divano con un buon libro e copertina rimane sempre forte.. insomma sono anche pantofolaia! L’importante è mantenere sempre il giusto equilibrio.


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Che lavoro faccio? Faccio IL lavoro più bello del mondo. Un lavoro che in apparenza sembra semplice, un lavoro che ti occupa poco tempo (a detta di molti), un lavoro dove hai tre mesi di vacanza (di cosa ti lamenti?)... in realtà si tratta di un lavoro dove le responsabilità sono molte perché nelle tue mani c’è la crescita formativa di tanti bambini. Un lavoro che ho scelto per PASSIONE e non di certo per la retribuzione, quella non bisogna nemmeno considerarla, altrimenti finirai per deprimerti e scoraggiarti vista la situazione degli insegnanti in Italia.
Già, sono un’insegnante, di scuola primaria per esattezza. Quest’anno i miei bimbi sono in terza: ho avuto la fortuna di iniziare con loro dalla prima e se tutto va bene, li accompagnerò fino in quinta, per farli poi volare verso una nuova esperienza.
Mi hanno affidato l’ambito linguistico (evviva!), la matematica mi è sempre stata un pochino ostile, sono riuscita a fare “pace” con lei solo al liceo dove ho avuto la fortuna di incontrare una professoressa che è riuscita a trasmettermi la passione per numeri, equazioni, sistemi... ma comunque l’ambito umanistico rimane sempre privilegiato.


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
Non posso dire di avere una giornata tipo. Mi alterno nel lavoro con la mia collega, che si occupa dell’ambito logico-matematico. Normalmente quando lei lavora di mattino, io faccio la mensa e il pomeriggio e viceversa, ma non è sempre così. Terminato l’orario curricolare , mi fermo spesso a  correggere compiti, progettare nuove attività.. insomma la scuola è un po’ la mia seconda casa. Da quando sono entrata in ruolo, ho cercato di ridimensionare il tempo a scuola. Quando insegnavo a Cantù, in un istituto paritario, vivevo praticamente a scuola. Era tutta la mia vita, non esisteva altro; ma anche così non è corretto. Finalmente ho imparato che nella vita, per quanta passione hai, non esiste solo il lavoro. Come dicevo prima.. è sempre una questione di equilibri.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La relazione con i bambini, senza dubbio. Essere insegnante vuol dire condividere con il bambino il processo di crescita, mentre lo si conduce sulla strada dell’apprendimento e del confronto con la vita e, nel prenderlo per mano durante il cammino, si ha la possibilità di ammirare il valore di ciascun piccolo, il quale è talmente immenso da essere inspiegabile.
"Qui ero in Germania, in una scuola di Amburgo, dove ho fatto la tesi"
La cosa ancora più bella di questo percorso insieme è che per quanto un’ insegnante pensi di dare al bambino, gli ritornerà indietro un dono molto più grande. Forse sta proprio qui il concetto più inspiegabile: solo attraverso l’esperienza quotidiana l’insegnante può comprendere questa gratificazione.
Cerco quindi di essere una maestra  presente nella vita dei miei bambini con una proposta chiara,     come punto di riferimento reale che possa far si che sappiano sempre che io ci sono e sono lì per loro, senza togliere la fatica di crescere, ma dando un senso alle difficoltà da affrontare.
Un’insegnante che sceglie ogni giorno di tornare in classe non perché è il mio lavoro e non ho alternative, ma perché ogni giorno so che mi aspetta un’avventura entusiasmante, perché mi aspetto che quel giorno succederà qualcosa di unico e di importante.
Un’insegnante certa che insegnare è la possibilità di incontrare il mistero dell’altro, è una vita nuova che ti propone cose che non puoi prevedere in anticipo, che ti fa ricominciare e buttare in aria tutto ogni mattina.


Hai voglia di confessarci anche quello che non ti piace? O quello che cambieresti?
Amo tutto del mio lavoro, ma se posso ammettere una fatica che a volte si vive, è da collocarsi nel rapporto con i genitori. Non per tutti… Attenzione! Negli anni sono riuscita ad instaurare buoni legami di collaborazione e supporto vicendevole, in alcuni casi se non ci fossero i genitori tante iniziative e attività non potrebbero trovare la loro attuazione. Purtroppo però non è sempre così: spesso la collaborazione si trasforma in un ostacolo, un muro, una mancanza di fiducia. Ed ecco che chi ne risente non sono che i bambini; noi insegnanti perdiamo di autorevolezza davanti ai loro occhi, perché ricoperte di critiche e accuse espresse dai genitori davanti al figlio. È qui invece che l’età adulta dovrebbe farsi valere.

foto di Pexels - da pixabay
Altro aspetto che cambierei riguarda i materiali e gli strumenti della didattica quotidiana. Purtroppo, si sa, i soldi sono sempre pochi, e siamo costrette a fare i conti con le risorse disponibili. La sfida è anche questa!


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito tardi? E come l’hai capito?
Ho sempre amato sin da piccola giocare a fare la maestra, sistemavo sul mio letto tutti i pupazzi che in poco tempo si trasformavano in alunni “soldatini” con i quali mi divertivo ad interagire; prendevo spunto e mettevo in scena pari pari il comportamento delle mia adorate maestre, dall’asilo alla scuola primaria. Crescendo ho sentito sempre più il bisogno di scegliere una professione a contatto con i bambini. Il mio desiderio iniziale era quello di diventare una logopedista, poi purtroppo non essendo riuscita ad entrare in graduatoria, causa numero estremamente ridotto di posti ed elevate iscrizioni, ho optato per un altro test d’ammissione.


Veniamo quindi al percorso di studi: come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Ho frequentato il primo anno di Scienze dell’Educazione in Cattolica, successivamente avendo capito definitivamente che desideravo insegnare ho fatto il passaggio alla facoltà di Scienze della Formazione Primaria, frequentando per altri 3 anni. Contemporaneamente ho svolto il tirocinio in più scuole e iniziato a fare qualche supplenza. Nel 2012 mi sono iscritta al concorso ordinario, sono riuscita a superarlo e nel 2014 sono stata immessa in ruolo.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Non voglio essere ripetitiva, ma ritengo che insegnare sia un lavoro speciale e meraviglioso. Richiede però tanta passione e impegno. Non si scherza con i bambini e le responsabilità sono davvero tante, così come le soddisfazioni e gratificazioni. L’importante è non sentirsi mai arrivati, la formazione  e l’aggiornamento costante sono fondamentali, è necessario reinventarsi in continuazione, variando le proposte perché gli alunni sono in continua evoluzione. Ricordo sempre le parole di un ottimo professore universitario: “Insegnare è una professione culturale e, pertanto, richiede senso critico ed equilibrio; è una professione sociale, che si esplica nel rapporto con le persone: richiede rispetto, attenzione, capacità e voglia di valorizzare le individualità, coraggio nel richiamare, serena fermezza nel correggere …. Va scelta da chi la “sente” come una prospettiva effettiva per sé, coerente con i propri atteggiamenti e desideri.”


foto di klimkin - da pixabay


Cosa diresti alla “giovane te stessa” di quando avevi 10/15/20 anni?
“Brava, avevi già le idee più o meno chiare”! Forse mi è servito giocare ad imitare le mie maestre delle scuole elementari (all'epoca si chiamavano così 😊), cercando di cogliere ed assorbire i loro grandi insegnamenti. Una in particolare la ricordo ancora con tantissimo affetto.


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libera di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un immagine o quello che vuoi.
Grazie a te per avermi dato la possibilità di soffermarmi e riflettere sulla bellezza del mio lavoro. Concludo regalandovi una piccola storia che racchiude il vero significato che ogni bambino ha per me.

AL MASSIMO PUOI DIRE…
CHE UNA PARTE DI LUI TI APPARTERRA’ PER SEMPRE!

“ C’era una volta una donna molto importante e molto colta,
aveva sempre le risposte a tutte le domande
e tutte le persone andavano da lei per qualunque problema.
Di cosa sono fatte le nuvole?
Spiegaci perché il sole è caldo!
Raccontaci di quando Dio ha creato l’uomo!
Parlaci di quello che succedeva mille anni fa…
Tutti si fidavano di lei e lei ne era felice.
Un giorno un uomo che non aveva figli e che ne
desiderava uno le chiese: “Descrivimi un bambino”!
Rimase un po’ meravigliata nell’udire questa domanda
e rispose che ci avrebbe pensato su un po’.
Era difficile descrivere un bambino, perché lei sapeva che non c’era
su tutta la terra un bambino uguale ad un altro,
cosa poteva descrivere? L’aspetto fisico? Le sue capacità?
La sua mente? Le sue possibilità? La sua storia?
Non sapeva proprio come rispondere e continuava a pensarci.
Non dormì per molte notti e non riusciva a darsi pace durante il giorno.
Tutti ormai nel paese aspettavano la sua risposta e c’era già
chi scommetteva che non sarebbe riuscita a darne una convincente:
stava aspettando troppo e non era mai successo…
Finalmente dopo molti giorni la donna saggia andò dall’uomo
e gli disse: “non posso risponderti perché quello che un
bambino è non sta dentro ai libri e non bastano le parole per dire chi davvero è,
solo se conosci un bambino, solo se condividi con lui le sue paure,
le sue ansie, i suoi sogni, i suoi desideri, la sua vita e solo se lo ami
puoi sapere chi è e neanche allora puoi raccontarlo ,
al massimo puoi dire quello che l’incontro con lui ti ha lasciato,
puoi dire che una parte di lui ti apparterrà per sempre!"


* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

mercoledì 19 aprile 2017

3 consigli molto pratici (+ 1) per utilizzare LinkedIn nella ricerca di lavoro

Il caso, la buona sorte o l'ineluttabilità del destino (vedi un po' tu) mi hanno portato a sbirciare dietro le quinte dello strumento che LinkedIn mette a disposizione dei recruiter per trasformare questa piattaforma social in vero e proprio punto di incontro tra le aziende e i professionisti.

Se stai già utilizzando questo canale per cercare lavoro o stai semplicemente meditando se farlo o meno, ti lascio qualche consiglio molto pratico per rendere il tuo profilo più facilmente intercettabile dai recruiter dotati di un account "professional".

Attenzione! non ho detto più appetibile: il contenuto del tuo profilo, quello che sei professionalmente parlando, quello che sai fare possono interessare o meno a seconda di quello che il selezionatore cerca.

Vero è che c'è invece qualche semplicissima accortezza per spiccare un pochino di più tra la massa dei profili simili al tuo.

Quali? Eccole qui:

"Open to new opportunity"
Da qualche mese LinkedIn dà la possibilità di segnalare la propria disponibilità a valutare nuove opportunità. Ecco come fare:
  • vai alla voce "Lavoro" sulla barra nera in alto
  • clicca sulla scritta azzurra "Aggiorna gli interessi di carriera"
  • accendi l'interruttore "Fai sapere ai recruiter che sei disponibile" 
et voilà: sulla schermata del recruiter apparirà una bellissima icona di un radar, che segnalerà il tuo essere "aperto a nuove opportunità".
Mentre tu puoi segnalare ulteriori preferenze sulla zona geografica, la tipologia di azienda, il ruolo...tutte informazioni che possono far pendere o meno la scelta del selezionatore sul tuo profilo: gli interessi reciproci devono comunque incrociarsi!

Segui le aziende che ti interessano
Nel motore di ricerca a disposizione del recruiter ci sono moltissime variabili da poter inserire per filtrare i risultati. Una di queste è il livello di interazione che il potenziale candidato mantiene con l'azienda: se ha contatti tra i dipendenti, se segue la pagina aziendale, se ha già risposto ad annunci...
Va da sè che, se ti interessa una specifica azienda, un piccolo aiutino può venire anche dall'essere follower della sua pagina aziendale.

Amplia la rete
I profili che hanno almeno 500 collegamenti sono più interessanti secondo gli algoritmi magici di LinkedIn, quindi il consiglio è di lavorare per far crescere il proprio network, ovviamente in maniera intelligente...
In breve:

  • chiedere la connessione a chi si conosce, meglio se dal punto di vista lavorativo ma va bene anche il vicino di casa (così scopri che lavora proprio nell'azienda che interessa a te!) 
  • invitare chi non è ancora sulla piattaforma 
  • selezionare i profili HR di aziende o settori affini 
  • e comunque sempre corredare l'invito con un breve messaggio.




Perfeziona il tuo profilo
Questi piccoli trucchetti sono niente se sotto il fumo non abbiamo l'arrosto, giusto?
Allora riprendi in mano il tuo profilo:

  • verifica di avere una foto decente (prima o poi ti racconto anche dei mirabilia scovati proprio tra le immagini personali su quella che in teoria è una piattaforma professionale...)
  • scrivi una breve ma efficace presentazione
  • verifica la coerenza tra le date e le aziende del tuo percorso lavorativo sul social e sul tuo CV
  • allega direttamente il tuo CV se preferisci che il profilo resti sintetico
  • verifica che le competenze che ti hanno confermato i tuoi contatti siano veritiere, e non farti scrupoli nell'eliminare quelle finte o poco rilevanti
  • usa le parole chiave della tua professione: leggi questo articolo su WorkHer che spiega bene come fare.

Ti sei segnato tutto? Allora buon lavoro 😉


martedì 18 aprile 2017

[Intervista] Tecnico sanitario di laboratorio

L'intervista di oggi cade in un giorno un po' particolare per la nostra ospite: ha infatti risposto alle nostre domande in un momento di transizione tra due lavori, come leggerete sotto, e proprio oggi inizia la sua nuova avventura.

Cogliamo quindi l'occasione per farle un grosso in bocca al lupo, mentre ci lasciamo guidare nel suo laboratorio...


Ciao! Parlaci un po’ di te
Ciao! Mi chiamo Claudia, sono all’alba dei fatidici 30 e sono cresciuta in provincia. Da poco più di un anno mi sono trasferita qualche chilometro più in là, sempre vicino a famiglia e amici. 


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Sono tecnico sanitario di laboratorio biomedico da ormai 7 anni. 
Il mio lavoro è particolare, non sono il classico tecnico che “fa le analisi del sangue”, ma affianco il ricercatore nei suoi studi sperimentali.  
Fino a settimana scorsa il settore nel quale lavoravo era l’oncologia, quindi lo studio dei tumori, mentre tra qualche giorno inizierò una nuova avventura professionale nel campo delle neuroscienze.

Come laureata in tecniche di laboratorio biomedico posso svolgere attività di laboratorio di analisi o di ricerca in ambito biomedico e biotecnologico. Nel mio caso in particolare, lavorando in un laboratorio di ricerca oncologica, affianco il biologo che studia come il sistema immunitario interagisce con la crescita del tumore stesso.

Tutti i giorni sono a contatto con provette e vetrini, ma anche robot altamente tecnologici. Devo sempre essere aggiornata su nuovi protocolli e nuove strumentazioni, tutti necessari per svolgere in modo sempre più preciso e accurato gli esperimenti.


Foto di Sansiona da pixabay
È un po' difficile descrivere il mio lavoro in poche parole...posso dire che sono il braccio destro del ricercatore, una figura non solo tecnica..ma anche pensante 😄


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
Nella ricerca, come si può immaginare, non c’è una vera e propria giornata tipo, è un ambiente molto dinamico e mai routinario. Generalmente inizio a lavorare intorno alle 8.30-9.00, ma non è detto che finisca alle 17 in punto, dipende un po’ da come vanno gli esperimenti del giorno. 
Più o meno settimanalmente insieme al ricercatore si pianificano i lavori da fare, di modo da organizzarsi al meglio ed ottimizzare i tempi.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La cosa che preferisco di questo lavoro è appunto che non ci si annoia mai, non ho un giorno uguale all’altro. Inoltre, trovo speciale poter dare il mio contributo, anche se molto piccolo, alla ricerca.

Ovviamente questo ha dei pro e dei contro, è un ambiente che dà decisamente poca stabilità, se non nulla. Sono consapevole del fatto che al giorno d’oggi è molto difficile trovare un posto dove la precarietà non sia presente, ma diciamo che purtroppo in Italia la ricerca in generale non è così considerata come ci si aspetterebbe.


Da piccola, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Il mio sogno nel cassetto da bambina era quello di fare il veterinario, poi durante l’adolescenza ho cambiato idea e mi sono orientata più sulla medicina. Forse influenzata da E.R. medici in prima linea! Si… ancora Grey’s anatomy non esisteva!


foto di mwooten da pixabay
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai saputo/capito?
La professione del tecnico di laboratorio in realtà ignoravo esistesse fino a che non sono andata all’Open day dell’Università degli studi di Milano. 
Colgo l’occasione per consigliare a tutti coloro che vogliono continuare a studiare dopo le superiori, di andare assolutamente a queste giornate di orientamento….possono essere estremamente utili!


Come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Il corso di laurea precisamente si chiama “Tecniche di laboratorio biomedico” e appartiene alla facoltà di Medicina e chirurgia. È una laurea triennale, che insieme al tirocinio ti prepara per lavorare in qualsiasi tipo di laboratorio, dall’anatomia patologica, alla ricerca.


Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
Come per ogni cosa, credo che il caso o la fortuna incidano molto, ma sono convinta anche che la determinazione sia un fattore fondamentale. È importante soprattutto avere passione e amare quello che si fa.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Trovo che il mio lavoro sia interessante e stimolante, a chi è in dubbio sulla scelta dell’università, ma vorrebbe stare nell’ambiente ospedaliero,  consiglio intanto di informarsi su questi corsi di laurea per le professioni sanitarie… come me potreste scoprire mestieri che non conoscevate ma vi incuriosiscono molto! 


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Sono contenta di quello che faccio, e in questo periodo più che mai sono curiosa ed emozionata per il nuovo lavoro che andrò a fare. 
Se potessi tornare indietro, probabilmente farei tutto nello stesso modo, non mi vedo in un altro posto se non in laboratorio!


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libera di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Grazie a te per questa occasione, guardarsi indietro è sempre costruttivo per il futuro.
Mi sento di dare due consigli a chi è nella fase “cosa farò da grande?”.
Intanto di seguire le proprie passioni e ambizioni, anche se sembra difficile, nulla è impossibile. Pure passare l’esame di fisica! 😄
In secondo luogo di essere sempre curiosi, anche quando si diventa effettivamente “grandi”. 



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