martedì 17 gennaio 2017

[Intervista] La progettista in ambito culturale

Anche la nostra seconda ospite è un gradito ritorno su queste pagine: l'abbiamo incontrata qualche mese fa, dove l'ho citata per il suo racconto diretto di come funziona il network nella ricerca del lavoro.
Dal suo blog al mio, passando per Facebook, l'ho seguita nelle sue attività e mi è venuta la curiosità di approfondire il suo lavoro: già mi sembrava affascinante, ma il suo racconto mi ha proprio aperto un mondo!

Ciao! Parlaci un po’ di te
Mi chiamo Angela D’Arrigo, sono siciliana e vivo a Milano. Ho 38 anni, mi piace girare per musei, mostre, dibattiti, leggere romanzi, cucinare (il mio piatto forte è la caponata), nuotare. Ho lavorato come musicista, ricercatrice, insegnante. Ascolto musica di ogni genere, ma la mia preferita è classica del ‘700 e del ‘900 e rock, soprattutto anni ’70. Vorrei vivere a New York.


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Non esiste una definizione sintetica, perché il lavoro è complesso e articolato. Possiamo dire che elaboro e gestisco progetti in ambito culturale, ma questo non basta a descriverlo e farlo comprendere appieno. Dal punto di vista formale, sono una consulente libero professionista; i miei committenti o partner (faccio fatica a definirli “clienti”) sono principalmente enti pubblici e soggetti no profit che operano in ambito culturale (fondazioni, musei, associazioni) che vogliono sviluppare nuovi progetti e attività o sono alla ricerca di finanziamenti per svolgere attività già in corso. Cominciano ad aumentare inoltre le aziende interessate ad investire in cultura.

Una parte del mio lavoro consiste nella progettazione: insieme ai committenti partiamo dalla definizione degli obiettivi strategici e dei risultati che le organizzazioni intendono raggiungere, quindi li affianco nella pianificazione di una strategia di progetto (destinatari, azioni, tempi, budget). La progettazione prevede anche la ricerca di una o più fonti di finanziamento per poter realizzare il progetto, solitamente monitorando bandi pubblicati da altre istituzioni (Unione Europea, ministeri, regioni) o fondazioni (bancarie, d’impresa). Mi occupo quindi della presentazione del progetto, che deve rispondere ai requisiti richiesti di volta in volta dai bandi individuati. Sotto questo aspetto, si tratta di un lavoro molto creativo, raramente ho indicazioni strettamente vincolanti, mentre in genere ho la possibilità di inserire nei progetti anche idee personali e contattare realtà diverse da coinvolgere nel partenariato.

Un’altra parte del mio lavoro riguarda il management di progetti: solitamente, oltre alla fase di scrittura e finanziamento, mi viene affidata anche la gestione del progetto. Questa è la parte più entusiasmante del mio lavoro, il momento in cui prendono vita e si realizzano idee messe in campo mesi prima magari fra scetticismo o difficoltà. Sebbene le linee di progetto siano già tracciate, cerco di indirizzare la fase realizzativa anche verso lo sviluppo di nuove idee e collaborazioni, in un processo di crescita continuo. Talvolta mi trovo a gestire progetti ideati o avviati da altri già anni prima, anche in questi casi inserire elementi di innovazione è per me fondamentale, la mera ripetizione di eventi e iniziative in ambito culturale è una strategia perdente. Tutti i progetti culturali richiedono inoltre un impegno importante in comunicazione, con uno sforzo creativo alto, per una strategia di promozione che tenga conto dei nuovi strumenti e linguaggi della comunicazione.

Un’attività importante nel mio lavoro è, infine, la rendicontazione dei progetti: al termine delle iniziative, che ci sia o meno un soggetto finanziatore esterno, va preparata una relazione sullo svolgimento del progetto, per evidenziarne limiti e punti di forza, potenzialità di sviluppo, elementi di difficoltà. Parallelamente è importante stilare anche una rendicontazione economica, per valutare se vi sono stati risparmi o sprechi e come migliorare la gestione finanziaria del progetto. La rendicontazione – spesso sottovalutata – è una fase importante del lavoro sui progetti culturali, è il momento in cui ci si ferma a valutare i risultati raggiunti e rilanciare una strategia operativa.


Com'è la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una...)?
Non ho una giornata tipo: di solito inizio la mattina intorno alle 9, sia che resti a lavorare da casa sia che vada in ufficio presso i miei “datori di lavoro”. In misura differente in base ai progetti e alle scadenze, scrivo, leggo, mi confronto con le persone coinvolte nei progetti, rispondo alle mail, telefono. Solitamente divido le giornate in modo da non accumulare troppi progetti diversi fra loro nella stessa giornata ed essere quindi più concentrata. Normalmente lavoro 9-10 ore al giorno, ma sotto scadenza bando, quando si deve correre per arrivare in tempo con la documentazione, saltano tutti i parametri e arrivo a lavorare anche 13-14 ore. Dedico al lavoro spesso anche qualche ora il sabato.  


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sono diversi gli aspetti che mi fanno amare questo lavoro: anzitutto mi permette (anzi, mi richiede!) di studiare, di aggiornarmi, di approfondire; è uno studio vario, che va dalla lettura veloce di un articolo sul web, all'approfondimento su saggi e manuali, fino alla partecipazione a corsi, workshop, presentazioni. Attraverso il mio lavoro incontro persone interessanti, appassionate, che hanno fatto del loro amore per l’arte e la cultura una ragione di vita e che continuamente mi ispirano e sollecitano a fare meglio. Del mio lavoro amo inoltre la possibilità di mettere in campo idee e progetti, vederli crescere e generare nuove azioni, partecipare a quel processo di innovazione culturale che in Italia, nonostante disfattismi e difficoltà, sta segnando il passaggio ad un tempo nuovo.


Ti va di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
In questo periodo mi occupo di un circuito teatrale, di una rete di ville storiche, di un cinema, di un museo: sembra insomma che viva in un mondo fatato circondata dal bello e abitato da persone che dedicano all’arte tutto il loro tempo. La realtà, ovviamente, è ben più variegata e meno naïf: come capita normalmente, si incontrano persone che si muovono con doppi fini, per soddisfare una vanità personale, o che ritengono che occuparsi di arte e cultura sia attività da e per pochi. Essendo un settore nel quale sono richieste competenze difficilmente certificabili, inoltre, si incontrano anche tanti “venditori di fumo”, il “vedo gente, faccio cose” senza nulla dietro trova adepti insospettabili. Ecco, apprezzando molto l’etica professionale e l’onestà intellettuale, mi trovo a pensare talvolta che questo ambiente professionale andrebbe maggiormente aperto a nuove energie provenienti da altri settori.

Oltre gli aspetti creativi, inoltre, il mio lavoro richiede anche attività di carattere amministrativo-gestionale. Decisamente non sto bene quando so che mi aspettano ore al pc a classificare fatture per le rendicontazioni! Il monitoraggio degli aspetti finanziari dei progetti è fondamentale, ma anche ripetitivo, quasi noioso; anche se credo che attraverso la rendicontazione si capiscano e imparino molti meccanismi del ciclo di progetto e lo considero quindi una “scuola” importante. In generale la parte burocratica e la gestione amministrativa e fiscale poi non fa per me: faccio fatica a preparare le fatture, riordino i documenti ogni 4-5 mesi e faccio impazzire il commercialista! Ma che soddisfazione quando poi le fatture e le spese sono in ordine, avere il controllo della situazione delle entrate e delle uscite mi fa stare serena.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? Qual è stato il tuo percorso?
Mi è sempre piaciuto studiare e occuparmi di beni culturali, in particolare di archeologia, ma sono arrivata a questo lavoro progressivamente: nel 2009, dopo la laurea in lettere e il dottorato in archeologia, ero ricercatrice in numismatica all’Università di Messina e ho collaborato con il gruppo di lavoro per candidare Messina come sede del XV Congresso Internazionale di Numismatica, il più importante evento del settore che si svolge ogni 6 anni (la nostra candidatura è stata vincente e nel 2015 il Congresso si è tenuto a Taormina). Preparando il dossier di candidatura, mi sono sentita a mio agio nel contattare gli operatori del territorio, nel curare la stesura del testo e nel pianificare le attività principali e correlate. Ho seguito quindi un master in comunicazione e marketing dei beni culturali per aggiornare la mia formazione e ho iniziato a seguire progetti piccoli: nei primi tempi venivo pagata poco, per mantenermi ho fatto l’insegnante, ma credo nel “potere” della gavetta, ho imparato tanto, soprattutto ho imparato ad imparare, ad essere recettiva, a saper fare tante cose diverse, a mettere in gioco competenze e conoscenze acquisite in contesti e momenti diversi.  

Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Il primo consiglio è di studiare, tanto, tantissimo, non fermandosi alle ricerche su Google, ma leggendo saggi, articoli scientifici, seguendo professionisti esperti. Oggi la formazione è alla portata di tutti, la competizione è alta e quindi è necessario un bagaglio culturale ampio e solido, che trasparirà anche quando meno lo immaginerete (colloqui di lavoro, testi scritti, capacità critiche).

Il secondo consiglio è non demoralizzarsi mai, quando non si viene compresi o si è svalutati, fa parte della gavetta e le difficoltà servono a spingere più in alto: bisogna essere critici verso se stessi, ma non nemici delle proprie capacità.

Il terzo consiglio è vecchio ma sempre valido: ascolta tutti i consigli, ma non seguirne nessuno, decidi tu.

E invece cosa diresti al “giovane te stesso” di quando avevi 10/15/20 anni?
Da ragazzina ero molto studiosa, una vera secchiona. Frequentavo la scuola e il conservatorio, ero perennemente sui libri, ma ero anche molto curiosa e ironica. A quella Angela secchiona, divertente, curiosa (tale e quale a quella di oggi), ora che sono felice del mio lavoro, direi di continuare, di non mollare.


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro?
Sono molto contenta del mio lavoro, entusiasta! Continuo a ripetere che faccio il lavoro più bello del mondo, quindi non tornerei indietro, alle opportunità che ho avuto, come la certezza del posto fisso come insegnante. Tutte le decisioni che ho preso mi hanno portata qui, e dunque non le cambierei. Ho fatto diversi errori di valutazione, è normale, ma anche quelli fanno parte del percorso di crescita.


Grazie infinite per il tuo racconto, è stato molto esaustivo e spero che possa essere di ispirazione e incoraggiamento per chi ama la cultura e vorrebbe farne la sua professione, ma spesso non viene supportato, anzi a volte scoraggiato e indirizzato a lavori più tradizionali e considerati "sicuri". 
Il mio ringraziamento va al blog per il notevole lavoro di indirizzamento professionale. Spesso si esce dalla scuola o università disorientati, con un quadro poco chiaro del mondo del lavoro, soprattutto in un contesto di rapidi cambiamenti. Avere la possibilità di confrontarsi, di leggere le esperienze altrui è un’azione di orientamento importante, da sostenere e promuovere.

Grazie, facciamo del nostro meglio! :)


* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

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