martedì 28 febbraio 2017

[Intervista] Il cuoco

Dall'ambito sanitario facciamo oggi un salto verso una professione ultimamente molto chiacchierata, molto ambita e costantemente sotto i riflettori, soprattutto degli studi televisivi.
Anche di questo parliamo con l'ospite che ora si racconta ai nostri metaforici microfoni.

Benvenuto! Cosa ci racconti di te?
Ciao, sono Francesco, ho 41 anni e vivo in una ridente cittadina brianzola. Ho cinque tra fratelli e sorelle. Mi piace stare a cena con gli amici, bere vino, leggere, andare a teatro e viaggiare.
Sono cuoco e lavoro in modo autonomo come artigiano. Ho un laboratorio presso il quale preparo pietanze salate e dolci che fornisco ai miei clienti. Spesso il tutto è corredato anche da bevande, attrezzature, allestimenti e camerieri oppure soltanto fornito.
Prevalentemente servo le famiglie durante tutte le occasioni di festa come compleanni e cerimonie dal Battesimo alla festa di nozze. Mi occupo anche di piccoli e grandi eventi aziendali e ogni tanto propongo qualche lezione di cucina singola o in piccoli corsi.


Come si svolge la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)?
Le mie giornate non hanno uno schema fisso ma si compongono casualmente dei vari momenti di cui è fatto il mio lavoro. La capacità di farci stare tutto o comunque di scegliere le precedenze fa la differenza ogni giorno.
Si tratta di gestire i contatti con i clienti o i potenziali tali (ascolto delle esigenze, stesura di uno o più menù-preventivo, eventuali sopralluoghi), pianificare gli eventi (definendo per tempo materiale e personale da impiegare), produrre il necessario (ordine delle materie prime, preparazione, cottura, conservazione), gestione dell'evento o degli eventi contemporanei (tempistiche e logistiche di spostamento oltre che al rientro e riassetto). Non ultima tutta la gestione amministrativa e fiscale. Un bel po' di cose, insomma: bisogna stare molto attenti a non combinare "frittate"...se non servono!




Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Certo la varietà / complessità di quanto detto prima è una bella parte del mio impegno che mi stimola parecchio ma certamente centrale resta la produzione vera e propria. Cucinare resta il motore motivante perché da qui che scaturiscono le soluzioni. Provare, riprovare e sperimentare ricette nuove o recuperarne di dimenticate e già immaginare quando e a chi proporle....perché (è vero!) si cucina sempre per qualcuno!


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Spesso la gestione dei contatti con richieste molto variegate sfianca, staccare il telefono è più di una tentazione. Ho però imparato che un buon ascolto è sempre il primo passo per un servizio ben fatto.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai saputo/capito?
Non l'ho capito subito. Sono stati passi successivi in cui su tutto ha inciso l'esempio dei miei genitori: con sei figli lavoro e impegno non mancavano in casa per nessuno ma ci è stata sempre data anche la libertà nel ricercare ciascuno la propria strada.


Come ti sei preparato per il tuo lavoro?
Frequentando una scuola alberghiera, una buona, con ottimi insegnanti preparati e motivanti: San Pellegrino Terme in Valle Brembana tra il 1989 e il 1994 è stata la mia scuola e anche più di una scuola. Una casa dove vivevo con i miei compagni tutta la settimana.
Poi le prime esperienze nel mondo del lavoro e la fortuna di un'estate, praticamente gratis, passata presso un gran ristorante: poche settimane dopo la maturità sono stato assunto.
Oggi ancora e sempre un buon libro di cucina, qualche corso di aggiornamento e magari una cena da qualche collega di quelli che il mestiere non lo fanno in TV.


A questo proposito, secondo te quanto hanno cambiato l'approccio alla cucina tutte le varie trasmissioni tipo Masterchef, Hell's Kitchen, e via dicendo? In particolare vorrei il tuo punto di vista su questi due ambiti:
1 - lato clienti: sono tutti diventati chef stellati e ti fanno "le pulci", oppure c'è fiducia nel professionista?
2 - lato aspiranti cuochi: queste trasmissioni hanno incrementato le iscrizioni alle scuole alberghiere, l'immissione di abbondante forza lavoro, oppure tutti fanno il Cracco della situazione a casa loro? E quanto queste trasmissioni, (tranne forse Hell's Kitchen...) omettono la vera fatica di questo lavoro? Perché, diciamocelo, non credo sia un lavoro di tutto riposo....o no?

Più o meno il pensiero è quello riportato in un articolo pubblicato su Repubblica qualche settimana fa (lo trovate qui), ma te lo declino meglio.

Mi spiace per la sovraesposizione che la cucina ha subito in questi anni. Ha prodotto effetti anche positivi nobilitando in parte la figura del cuoco ma stravolgendone troppo il profilo a fine di spettacolo.

Il proliferare di scuole e corsi sono il riflesso sulle giovani generazioni che ambiscono ad una professione di cui non hanno avuto un'immagine veritiera. Il duro confronto con i ritmi reali e le esigenze del lavoro fa patire numerosi abbandoni. I miei insegnanti di San pellegrino dimezzarono la classe tra la prima e la seconda escludendo chi a loro giudizio non era portato. Oggi quei tredici rimasti sono ancora tutti cuochi (e grandi amici). Essere professionisti ben preparati e culturalmente formati potrebbe rappresentare ancora un bel traguardo da raggiungere.

Foto di Unsplash da Pixabay

Anche il cliente-consumatore ne esce ubriacato e frastornato. Chef stellati che pubblicizzano prodotti industriali...oltre alla pseudo capacità infusa via satellite di saper/poter giudicare tutto e tutti, mutuata dai talent show. Non c'è cosa che debba essere umile se non la cucina e chi la fa!


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Di pensarci bene. Il calendario del cuoco é ribaltato, le feste non saranno quelle della tua famiglia. A Natale arriverai a casa sempre dopo il panettone e sarai stanco anche per la fidanzata. Le relazioni ne soffriranno. Scoprirai anche i piaceri delle vacanze a gennaio o delle gite infrasettimanali. Ma prima pensaci bene: chiedi a chi lo fa davvero.


Cosa diresti al “giovane te stesso” di quando avevi 10/15/20 anni?
Semplicemente, per il mio carattere, mi direi di sbagliare pure un po'! Si può, non è così grave: ha quasi ragione il proverbio: "anche" sbagliando si impara!


Sei contento di quello che fai o, potendo, torneresti indietro?
Certe sere dopo giornate molto lunghe o complicate mi capita spesso di sorridere da solo spegnendo la luce ... Si, mi piace ancora e spero che duri!!!


Ti va aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio...?
Ho un buon numero di ricordi specie dei ragazzi per cui ho curato il servizio nozze, giornate importanti passate stando loro così vicino, e con più di una coppia siamo diventati amici. O i diversi ragazzi che per un periodo più o meno lungo mi hanno aiutato. È stato bello introdurli in questo mondo un po' strano, fare le tre di notte scaricando un furgone dopo un matrimonio e cenare con gli avanzi e una birra ghiacciata. Non è mai stato, e non lo è mai, solo lavoro!


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato.
Grazie a te... è stata una bella occasione per guardarsi indietro in una fase in cui sto guardando in avanti per scoprire se e dove serva cambiare qualcosa in prospettiva. Insomma niente viene mai per caso!


Trovate Francesco e La Bottega del Cuoco su Facebook. Tutte le immagini presenti nel post (se non diversamente indicato) sono di sua proprietà.


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martedì 21 febbraio 2017

[Intervista] L'ostetrica

Eccoci con un'altra incursione nel mondo delle professioni sanitarie, dopo il racconto di Simona della scorsa settimana. Con la nostra ospite di oggi spaziamo anche su considerazioni che vanno un pochino al di là della semplice descrizione del suo ruolo, allargandoci oltre i confini nazionali.

Ma non sto a porre altre chiacchiere in mezzo e lascio a lei la parola e lo spazio per presentarsi:

Benvenuta! Parlaci un po’ di te...
Ciao, sono Valentina, 31 anni, originaria lombarda, emiliana di adozione. Moglie di Davide e mamma di Cesare, super teppista di un anno e mezzo.
Sono ostetrica. Di solito a questa risposta segue sempre l'esclamazione: "Ah, ma allora tu sei quella che fa nascere i bambini!". Sì, o meglio, i bambini nascono anche da soli e comunque sono le loro mamme che li fanno nascere. E' più corretto dire che l'ostetrica assiste la mamma e il suo bimbo (e anche il papà, a volte), in quel magico momento che è la nascita, sorvegliando che tutto vada per il meglio, aiutando la mamma a tirare fuori le risorse che ha già per affrontare questo momento, sostenendo, incoraggiando, parlando e stando in silenzio quando serve e intervenendo solo se necessario. 
In realtà l'ostetrica non si occupa solo del parto, ma anche della gravidanza (fisiologica in autonomia, con l'aiuto del medico se c'è qualche patologia), del puerperio e dell'allattamento, della sfera ginecologica (come per esempio il pap-test, ecc), di educazione sessuale, ginnastica perineale, corsi di accompagnamento alla nascita, corsi di massaggio infantile...


Com'è la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)?
Lavorando in ospedale e con una turnistica non ho una giornata tipo particolare: se sono in turno di giorno la sveglia è alle 6 per essere pronta in reparto o sala parto per le consegne alle 7.30 (in questi casi "santo papà", che si occupa dell'assemblaggio mattiniero del pupo con relativo accompagnamento dalla tata). Lo sviluppo della giornata lavorativa dipende poi se sono in reparto, dove c'è più una strutturazione tra giro medico, terapie, prelievi, monitoraggio o valutazioni delle poppate, e sala parto, dove le tempistiche sono più impreviste. Può capitare che segua per tutta la giornata un solo travaglio o che assista anche a 3 parti a cui può aggiungersi qualche cesareo. Ci sono altre volte in cui i tempi sono più rilassati e ci sono poche mamme da assistere.
Il mio turno finisce alle 20 di sera dopo la consegna alle colleghe del turno di notte. Arrivo a casa, ceno, coccole col pargolo prima della nanna e poi tutti a letto. Il giorno seguente ho notte (sempre 12 ore), poi smonto e due giorni di riposo. E si ricomincia.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Che non è mai uguale a se stesso. Ogni mamma, ogni bimbo, ogni papà, ogni famiglia che incontro, ogni nascita, ogni travaglio, ogni allattamento e ogni gravidanza (mi occupo principalmente di queste cose), insomma ogni storia non è mai uguale a un'altra. E questo presuppone che tu ti metta in gioco sempre al massimo. E che ogni volta impari qualcosa. Sempre.
E poi conosci le persone in un momento tanto intimo e delicato che, giocandosi nella relazione, è possibile abbattere muri e creare legami ineguagliabili.


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno?
Il turno di notte! C'è un momento, intorno alle 4 o alle 5 che getterei proprio la spugna...ma poi mi riprendo eh!


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
C'è un tema di quando ero in prima media che era intitolato:"Come sarai tra 20 anni?" e avevo scritto che avrei fatto l'ostetrica. In realtà ho accantonato questa cosa per parecchi anni: avevo evitato qualsiasi professione sanitaria assimilandole, erroneamente, a quella medica, che non volevo fare.
Durante il corso di laurea in sociologia (bellissima!) mi sono trovata, per un esame di analisi dei dati, a dover somministrare un questionario alle studentesse del corso di laurea in ostetricia. E lì è stato amore. O forse un ritorno di fiamma.
Dopo la laurea in sociologia a luglio ho passato l'estate a prepararmi per il test di ostetricia a settembre (ho fatto anche le vacanze, eh!)


Una delle tue prime esperienze (o addirittura la prima?) è stata in Kenya: com'è stato l'approccio in un ambiente diverso dal tuo quotidiano? Quali le differenze e quali le somiglianze tra il tuo lavoro qui in Italia e l'esperienza in Africa?
Sì, la mia prima esperienza da ostetrica laureata è stata, assieme a due compagne di studi, in un piccolo ospedale missionario nella savana kenyana, nella regione del Tharaka, abitata per lo più da contadini. Prima volta da ostetrica, catapultata in un mondo completamente diverso da quello "ovattato" dove avevo fatto tirocinio. Lingua diversa (essendo una regione molto povera spesso le donne non conoscevano l'inglese e nemmeno lo swahili, ma solo il dialetto locale), pochi (pochissimi) strumenti, modo di lavorare diverso. Però tutte queste cose ci hanno spronato a metterci ancora più in gioco e a riscoprire il valore e l'importanza degli strumenti veri e delle competenze dell'ostetrica:  il linguaggio non verbale e il tocco, la potenza e l'importanza delle mani, l'uso delle posizioni e del massaggio, il saper leggere i segni di fisiologia e i segnali di distocia dal corpo e dal comportamento delle donne.  Ci siamo riappropriate dell'uso di strumenti essenziali come lo stetoscopio di Pinard, il metro da sarta, le manovre di Leopold: tutti strumenti che le levatrici hanno usato da tempi immemori  e che oggi sono spesso dimenticati e soppiantati dalla tecnologia. Soprattutto abbiamo avuto la conferma della competenza delle donne e delle mamme in travaglio, e dei bimbi che custodiscono nelle loro pance. Aspetto questo che contraddistingue tutte le mamme sulla faccia della terra, ma che purtroppo alle nostre latitudini è sopraffatto dall'ipermedicalizzazione: protagonisti del travaglio e del parto non sono più mamma, bambino e papà, ma il medico, l'ostetrica, l'anestesista, il neonatologo....


Abbiamo sperimentato la fatica, ma anche la bellezza e l'arricchimento che ne deriva, del lavorare in un team diverso, con abitudini e modi di agire diversi da quelli a cui eravamo abituati. Tra arrabbiature, ma anche discussioni costruttive sotto il grande sicomoro, lavorando gomito a gomito, mettendoci nei panni degli altri, sporcandoci le mani insieme abbiamo costruito un rapporto di fiducia con gli operatori locali, da cui abbiamo imparato tanto e altrettanto abbiamo donato.
E per la prima volta ci siamo scontrate con uno degli aspetti più difficile del nostro lavoro: affrontare la morte di un bambino o di una madre, impotenti, nonostante tutti gli sforzi tra le lacrime e la rabbia, è sempre un uragano di emozioni che squassa l'anima e fa vacillare tutte le tue certezze. Anche in questo però abbiamo avuto molto da imparare dal popolo che ci ospitava, in primis la capacità di accettare la morte come parte della vita, che ha sgretolato definitivamente quel delirio di onnipotenza che spesso si ritrova nel mondo sanitario occidentale, dove noi operatori, abituati ad avere strumenti, farmaci e competenze fondamentali per ridurre al minimo la mortalità, non sappiamo fare più i conti con questo aspetto della vita e con i nostri limiti umani.


Quella dell'ostetrica è una professione tipicamente femminile: abbiamo tanti ginecologi ma pochissimi ostetrici, credo si contino sulle dita di una mano (o sbaglio?). Secondo te è una questione di cultura, mentalità, abitudine, o di approccio alla sfera della gravidanza, del parto, del puerperio?
E' vero, l'ostetrica è una professione tipicamente femminile. Sicuramente c'è una componente culturale e sociale, ma credo che la motivazione principale sia che si ha a che fare tutti i giorni con quegli aspetti del femminile che richiedono un'empatia particolare e delle caratteristiche che, per natura, è più facile ritrovare nell'indole della donna: la capacità di accogliere, attendere, aspettare, custodire, ascoltare, la pazienza, il saper non intervenire.Tutti aspetti che fanno parte del femminile e che sono fondamentali nell'accompagnare e assistere una nascita. I tratti del maschile, soprattutto se predominanti, (la regola, l'agire ...) sono più tipici della figura medica (ed ecco spiegato perchè è più facile trovare ginecologi uomini), fondamentale quando si incappa nella patologia, ma che in una nascita fisiologica rischiano di provocare più danni che benefici.
Detto ciò non credo sia impossibile trovare un ostetrico maschio, anzi! Ho un collega ostetrico super, a cui come donna, mamma e ostetrica mi affiderei a occhi chiusi e che è la dimostrazione vivente che la professione ostetrica non è esclusiva delle donne. Sicuramente però richiede da parte dell'uomo un mettersi in gioco maggiore, riscoprendo e valorizzando aspetti del femminile insiti in ciascuno di noi (uomini compresi!), ma che nella nostra società spesso vengono soffocati o derisi.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Di metterci tanta, tanta passione, tanta costanza e tanta pazienza!


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Rifarei lo stesso identico percorso, anche se non è stato molto lineare.

Grazie mille, Valentina, per il tuo racconto, la tua testimonianza e le riflessioni sulla tua professione, e in bocca al lupo per tutto! 


Tutte le foto in questo post sono di Valentina, che ci ha gentilmente permesso di utilizzarle.



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lunedì 20 febbraio 2017

"Lavoro: chi offre e non trova" - un'iniziativa di Radio24

"Da un lato sembra che sia difficilissimo trovare un lavoro, dall’altro sono molte le aziende che lamentano sia la difficoltà nella ricerca di figure specializzate, sia la scarsa motivazione in chi cerca un lavoro anche in mansioni operative"

A seguito di una puntata della trasmissione radiofonica Cuore e Denari su Radio 24, la giornalista Debora Rosciani ha creato sul suo blog un post in continuo aggiornamento, con la speranza di creare un collegamento concreto tra chi cerca e chi offre lavoro.

Vengono pubblicate le richieste di aziende che non trovano candidati di cui sono alla disperata ricerca: dalla baby sitter, all'anatomopatologo, al programmatore Java.

Prova a dare un'occhiata: può valerne la pena!
Foto di Unsplash - da pixabay

martedì 14 febbraio 2017

[Intervista] L'infermiera in RSA

Con l'intervista di oggi inauguriamo l'esplorazione del settore sanitario. 
Affidiamo a Simona il compito di rompere il ghiaccio e le chiediamo di raccontarci un po' di sè.
Ho 26 anni, una vita piena di impegni soprattutto nel sociale, e sono una delle poche ragazze della mia età soddisfatte della propria vita e della propria famiglia
Sono un'infermiera capo reparto, cioè lavoro in una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale: le vecchie case di riposo, per intenderci) e gestisco un reparto. In pratica sono una specie di caposala dell'ospedale. 


Com'è la tua giornata tipo?
Dunque... l'infermiere in RSA la mattina principalmente si occupa delle medicazioni delle lesioni da pressione o ferite chirurgiche; prepara le terapie, distribuisce le colazioni, attacca le NET (nutrizioni enterali per le persone che mangiano attraverso il sondino o PEG), poi fa un breve giro visita col medico di reparto, prepara le terapie delle 11.30-12 e le somministra, dispensa il pranzo e scrive le consegne per il turno successivo.
Nel pomeriggio prepara le terapie, cambia le NET e somministra le terapie; alle 17.30-18 dispensa la cena, fa l'ultimo giro di terapie alle 19 poi il passaggio delle consegne e si va a casa. L'infermiere in RSA il più delle volte non si occupa dell'igiene degli ospiti.
In più, ovviamente, essendo a capo del reparto io ho un sacco di altre cose da fare che spettano solo a me, come la gestione dei farmaci e del carrello delle urgenze DAE (il defibrillatore), compilare la richiesta per la farmacia ecc... 


Oltre alle varie mansioni di routine, che possono essere anche molto meccaniche, questo lavoro immagino abbia una forte componente umana ed emotiva...come lo gestisci?
Lavorare in una RSA per certi versi è molto bello perchè conosci perfettamente ogni tuo ospite, il rapporto infermiera ospite è 1 a 33: per esempio io so perfettamente quanto formaggio vogliono nella pasta, i profumi che preferiscono, i cibi che piacciono loro di più, come vogliono prendere le pastiglie... è come lavorare in una grande famiglia.
Dall'altra parte conoscere bene le persone alle quali fornisci assistenza a volte può non essere piacevole, perchè ti affezioni troppo e quando qualcuno ti lascia per passare alla "dimissione definitiva", come la chiamiamo noi, è devastante ed è come perdere un tuo caro. Io passo più tempo con loro che con la mia famiglia e quando li vedo andar via è come se ogni volta si portassero via un pezzo di cuore... 

Foto di Alterfines - da Pixabay
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Ho sempre voluto fare l'infermiera, ma in realtà non so bene come l'ho capito, forse vedendo ER Medici in prima linea o Grey's Anatomy... Poi però nel momento in cui ho dovuto scegliere la scuola superiore il desiderio è quasi passato, anche perchè nello stesso anno avevano chiuso la scuola per infermieri che era passata a facoltà di laurea, quindi ho scelto una scuola superiore che comunque mi piaceva e che alla fine dei 5 anni mi avrebbe permesso di affacciarmi direttamente al mondo del lavoro se non avessi voluto proseguire con l'università. Però in quarta superiore il desiderio di fare l'infermiera ha avuto la meglio e ho provato a fare il test d'ingresso: ho passato l'estate della maturità a studiare sugli Alpha Test per prepararlo e l'ho fatto quasi per gioco. Alla fine però sono passata al primo colpo e ho iniziato il mio percorso di studi che è durato 3 anni.


Però non ti sei accontentata di questi 3 anni universitari...
No: dopo 4 anni dalla laurea e una discreta esperienza sul campo ho deciso di fare il Master in Coordinamento e Funzioni di Management, che sto frequentando da quest'anno. 


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
"Ripensaci finchè sei in tempo!"
No, scherzo! Però decidere di fare l'infermiere non è semplice, non è come decidere di fare l'avvocato o l'impiegato, perchè quando pensi di voler fare l'infermiere non è solo volerlo fare ma devi essere infermiere: è una scelta di vita ed una missione.
Devi calcolare che non esistono sabati, domeniche e festività; che devi cercare di non portarti il lavoro a casa, ma inevitabilmente ci ripensi anche tra le mura di casa, soprattutto se è stata una giornata particolarmente difficile a livello emotivo.
Devi fare sacrifici e taaaaaanta gavetta, non pensare che, dato che adesso l'infermiere è laureato, non deve occuparsi della parte alberghiera o dell'igiene del paziente, perchè l'infermiere è anche quello. Non pensare che lavorare inizialmente in una RSA sia da "sfigati", ma è proprio l'inizio per farti le ossa. L'infermiere ogni giorno è a contatto con la vita e soprattutto con la morte: non diventare di pietra, prima di tutto sei un essere umano in grado di provare emozioni; piangi se ti va di piangere, anche davanti ai parenti (imparerai col tempo a cedere da solo), e ridi se devi ridere, soprattutto con i pazienti: gioca con loro, prendili in giro (sempre nel rispetto della persona!), così allevierai le loro sofferenze e renderai il loro ricovero più piacevole. 


E invece cosa diresti ad una più giovane Simona?
Di andare avanti così... e forse di accettare un po' più di consigli. 


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro?
Sono contentissima di quello che faccio! Sarei decisamente più felice se lavorassi in ospedale, ma solo per una crescita professionale, perchè umanamente non cambierei il mio attuale posto di lavoro con nessun'altro al mondo. Se potessi tornare indietro rifarei assolutamente tutto il mio percorso di studi!

Ti ringrazio per la chiacchierata e per le riflessioni che hai condiviso con noi, in particolare su tutti gli aspetti "umani" e meno tecnici di un lavoro delicato come quello dell'infermiere. In bocca al lupo per il tuo futuro!


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lunedì 13 febbraio 2017

Perchè perchè...

Poi uno si chiede perchè manda mille candidature e non lo chiamano.

Forse perchè capitano queste cose: sto cercando un sistemista a Torino e poi

- si candida una segretaria. Di Roma.

- ricevo questo CV: "Desidero sottoporre la mia candidatura sperando di avere le caratteristiche che corrispondano alla ricerca di personale attualmente in corso presso la Vostra Azienda. 
Data la mia formazione e le mie attitudini, sarei particolarmente interessato, ad un impiego come Project – Manager e tecnico commerciale"

La morale della favola è: mandare mille CV non serve a niente, se non rispondi agli annunci giusti...

non è solo questione di fortuna...

venerdì 10 febbraio 2017

Da grande farò...

Mamma, da grande voglio fare il lavoro della mamma di Matteo.
È cioè?
Ha una ditta. In pratica, ti spiego, ti faccio un esempio così capisci meglio: io costruisco una macchina, poi arriva un signore che "chiede quanto costa?" E gli diciamo "100 borsellini" e lui ci da 100 borsellini e noi siamo ricchi!
Ma, se ti dà 100 borsellini, magari ne hai già spesi 90 per il materiale, per pagare gli operai...
Ma no, la costruisco io.
Ok, allora solo il materiale...te ne restano 10.
Vabbè... allora farò il meccanico, che non ha problemi. 
In che senso?
Eh, quelli che studiano i cicloni, è un lavoro un po' pericoloso... anche il poliziotto non lo voglio fare più, inseguire i ladri...no no.
Poi cos'è che volevo fare? Quello della spazzatura no, e neanche l'astronauta e l'archeologo...
Il meccanico delle macchine, che non ha problemi. Farò il meccanico.

Ieri sera così, sdraiati, lui nel letto di sopra, io in quello sotto in attesa che il piccolo si decidesse ad addormentarsi.

Ovviamente siamo nella fase in cui ogni giorno vuol fare una cosa diversa, da grande. Ma mi ha sempre affascinato il modo in cui i bambini vedono il lavoro degli adulti.
Per esempio, adesso che inizia a capire come funziona la scuola, e aumentano un pochino i compiti, e lui non li vuole fare, si è convinto che vuole fare il lavoro di papà o di mamma, come se noi non avessimo studiato entrambi fino alla laurea. Per lui, però, io incontro delle persone, mando mail e sto al computer, e papà sta al computer, manda mail e risponde alle telefonate dei colleghi, a cui deve spiegare le cose che lui sa fare e loro no. Così anche lui viene chiamato dai suoi colleghi e gli deve spiegare le cose. Semplice, no?

Non so cosa farai da grande, figlio, però il meccanico non è una cattiva idea: le macchine ti sono sempre piaciute e forse questa è già una costante della tua vita, il filo rosso che inconsciamente hai iniziato a seguire.

Ma tanto lo so che ti iscriverai a filosofia.


martedì 7 febbraio 2017

[Intervista] Lavorare da McDonald's

La chiacchierata di oggi vi potrà sembrare un po' strana, se inserita nel contesto dell'orientamento, ma questa invece è una esperienza che condivido molto volentieri perchè è l'esempio concreto di come si possa realizzare l'invito di Martin Luther King:
Se non puoi essere un pino su un monte
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero
sii un cespuglio.
Se non puoi essere un'autostrada
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole
sii una stella.
Sii sempre il meglio di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere
poi mettiti con passione e realizzalo nella vita.

Non è necessario che tutti aspirino a diventare amministratori delegati o premi Nobel: l'importante è essere "la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello".

Il lavoro da McDonald's è spesso considerato con sufficienza, il ripiego per chi non trova di meglio, l'ultima speranza per i laureati in filologia romanza.


Ma è con molta soddisfazione che lascio la parola ad una ragazza entusiasta dell'opportunità di crescita che questo lavoro le ha dato e le sta dando.

Buongiorno a tutti, mi chiamo Ilaria e abito in provincia di Milano. Ho quasi 25 anni e ho frequentato, ormai 6 anni fa, l'alberghiero "Lagrange - G.Brera" di Milano.
Il mio sogno era quello di diventare una pasticcera e finita la scuola ho avuto appunto qualche esperienza lavorativa in campo ristorativo, come aiuto cuoco o aiuto pasticcera. Ho fatto un po' di gavetta qua e là... ed oggi lavoro da McDonald's, un lavoro sottovalutato da tutti ma che vale molto. E' un lavoro sicuro, giovanile, disponibile.
Lavoro per McDonald's da 5 anni, il mio percorso è iniziato come semplice crew e pian piano ho portato avanti la mia crescita: oggi sono formatrice di una squadra di 40 persone! Il mio percorso va avanti giorno per giorno, la strada per diventare manager ormai mi è vicina.


Una delle famose "colazioni in pigiama"
Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Il mio lavoro è quello di formare i ragazzi nuovi che entrano in questa grande famiglia, sostenerli e aggiornare il gruppo crew sulle nuove procedure. I turni sono ben gestiti e variano in base alla disponibilità e alla rotazione dei notturni, ma nonostante gli orari diversi riesco comunque a dedicare il mio tempo libero alle mie passioni e ai miei impegni.
Molti dicono che i dipendenti di McDonald's sono sottopagati e "schiavizzati" ma non è così: è vero, si lavora tanto e ci si stanca tanto, ma in qualsiasi lavoro si fatica, si suda e a fine giornata si è stanchi. 
Per offrire un buon servizio, un'ottima qualità del prodotto richiesto e far sentire il cliente a casa, bisogna lavorare, faticare e alla fine andare a casa con il cuore pieno di gioia!


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Del mio lavoro mi piace molto il contatto con la gente di qualsiasi età, dai bambini agli anziani, e mi piace soprattutto il lavoro di squadra: quando ci si trova bene ridendo e scherzando le ore passano senza accorgersene.
Direi che McDonald's non era il mio lavoro dei sogni, ma ora che ci lavoro da anni è difficile pensare di lasciarlo per trovare altro, penso che non troverei contratto e stipendio migliore. Le ore son ben pagate, i contratti prevedono 3 anni di apprendistato e allo scadere si passa all'indeterminato.
Sono veramente molto contenta di questo lavoro, ad ogni ragazzo che incontro in giro e sento che cerca lavoro, consiglio sempre di mandare il curriculum da McDonald's tramite agenzie, internet o direttamente nei locali, sono opportunità da prendere al volo visto che siamo sempre in cerca di personale. I ragazzi che ho formato finora sono tutti soddisfatti di questo lavoro e vederli crescere con il sorriso giorno per giorno mi rasserena!


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Vuoi aggiungere qualcosa?
Forza ragazzi... non abbiate paura, vedrete che entrando in questo mondo (anche se non è il lavoro della vostra vita) vi piacerà, vi sentirete a casa... provare per credere!!!


Grazie Ilaria, sei stata disponibilissima e senza dubbio l'entusiasmo per il tuo lavoro traspare in ogni tua frase: è importante sottolineare come anche quello che all'inizio non si pensava potesse essere "il lavoro della vita" può invece portare grandi soddisfazioni se fatto con passione.

Tutte le foto pubblicate nel post sono di Ilaria, che ci ha gentilmente consentito di utilizzarle


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lunedì 6 febbraio 2017

Filastroccario, nomi e mestieri

Oggi vi presento sulla fiducia (non l'ho letto ma le anteprime mi ispirano già tantissimo!) un libro pubblicato da poco dalla casa editrice Splēn edizioni.

Quando ne ho visto la presentazione sul gruppo di Facebook dedicato ai libri per i bambini, ho sentito subito una certa affinità con il discorso della nostra Bussola.

Il libro è, certamente, dedicato ai bambini, ma non è mai troppo presto per lasciarsi ispirare! 😄



Il titolo è "Gennaio Febbraio Marzo. Filastroccario per un anno straordinario".
L'autore è Pippo Scudero, con le illustrazioni di Tiziana Longo.



È il primo di quattro volumi e raccoglie una filastrocca al giorno, dedicata ad un nome e ad un mestiere.



Così lo presenta l'autore stesso:

"In ogni calendario ci sono dei giorni e ci sono dei nomi. Ma avete mai provato a immaginare chi c'è dietro ogni nome, che faccia ha, che lavoro fa? Ci sono tantissimi nomi, uno diverso dall'altro e tantissimi mestieri, uno diverso dall'altro, sicuramente più di mille! Io ne ho scelti 365 - un nome e un mestiere per ogni giorno dell'anno - e a ognuno ho dedicato una filastrocca. Così è nato il mio Filastroccario!"

L'ultima cosa che mi ha colpito? Tra le anteprime scelte, c'è anche il giorno del mio compleanno! 😉







venerdì 3 febbraio 2017

Status: "in attesa di occupazione". Sì o no?

Per chi si chiede se su LinkedIN è meglio dichiarare di essere "in cerca di occupazione" oppure no, ecco un consiglio molto pratico e sensato di Riccardo Scandellari.

"Nessun recruiter eseguirà mai la ricerca di persone “in attesa di occupazione”, ma cercherà determinati professionisti in un determinato settore/argomento. Sacrificare un campo del profilo così decisivo per il posizionamento nei risultati di ricerca è irragionevole."

Occorre quindi usare bene lo spazio che ci viene dato per valorizzarci al meglio.

Quindi iniziamo a pensarci su: qual è la nostra specialità?

Da "Olga di carta" di E.Gnone (Salani),
paperwork di Linda Toigo