martedì 21 febbraio 2017

[Intervista] L'ostetrica

Eccoci con un'altra incursione nel mondo delle professioni sanitarie, dopo il racconto di Simona della scorsa settimana. Con la nostra ospite di oggi spaziamo anche su considerazioni che vanno un pochino al di là della semplice descrizione del suo ruolo, allargandoci oltre i confini nazionali.

Ma non sto a porre altre chiacchiere in mezzo e lascio a lei la parola e lo spazio per presentarsi:

Benvenuta! Parlaci un po’ di te...
Ciao, sono Valentina, 31 anni, originaria lombarda, emiliana di adozione. Moglie di Davide e mamma di Cesare, super teppista di un anno e mezzo.
Sono ostetrica. Di solito a questa risposta segue sempre l'esclamazione: "Ah, ma allora tu sei quella che fa nascere i bambini!". Sì, o meglio, i bambini nascono anche da soli e comunque sono le loro mamme che li fanno nascere. E' più corretto dire che l'ostetrica assiste la mamma e il suo bimbo (e anche il papà, a volte), in quel magico momento che è la nascita, sorvegliando che tutto vada per il meglio, aiutando la mamma a tirare fuori le risorse che ha già per affrontare questo momento, sostenendo, incoraggiando, parlando e stando in silenzio quando serve e intervenendo solo se necessario. 
In realtà l'ostetrica non si occupa solo del parto, ma anche della gravidanza (fisiologica in autonomia, con l'aiuto del medico se c'è qualche patologia), del puerperio e dell'allattamento, della sfera ginecologica (come per esempio il pap-test, ecc), di educazione sessuale, ginnastica perineale, corsi di accompagnamento alla nascita, corsi di massaggio infantile...


Com'è la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)?
Lavorando in ospedale e con una turnistica non ho una giornata tipo particolare: se sono in turno di giorno la sveglia è alle 6 per essere pronta in reparto o sala parto per le consegne alle 7.30 (in questi casi "santo papà", che si occupa dell'assemblaggio mattiniero del pupo con relativo accompagnamento dalla tata). Lo sviluppo della giornata lavorativa dipende poi se sono in reparto, dove c'è più una strutturazione tra giro medico, terapie, prelievi, monitoraggio o valutazioni delle poppate, e sala parto, dove le tempistiche sono più impreviste. Può capitare che segua per tutta la giornata un solo travaglio o che assista anche a 3 parti a cui può aggiungersi qualche cesareo. Ci sono altre volte in cui i tempi sono più rilassati e ci sono poche mamme da assistere.
Il mio turno finisce alle 20 di sera dopo la consegna alle colleghe del turno di notte. Arrivo a casa, ceno, coccole col pargolo prima della nanna e poi tutti a letto. Il giorno seguente ho notte (sempre 12 ore), poi smonto e due giorni di riposo. E si ricomincia.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Che non è mai uguale a se stesso. Ogni mamma, ogni bimbo, ogni papà, ogni famiglia che incontro, ogni nascita, ogni travaglio, ogni allattamento e ogni gravidanza (mi occupo principalmente di queste cose), insomma ogni storia non è mai uguale a un'altra. E questo presuppone che tu ti metta in gioco sempre al massimo. E che ogni volta impari qualcosa. Sempre.
E poi conosci le persone in un momento tanto intimo e delicato che, giocandosi nella relazione, è possibile abbattere muri e creare legami ineguagliabili.


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno?
Il turno di notte! C'è un momento, intorno alle 4 o alle 5 che getterei proprio la spugna...ma poi mi riprendo eh!


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
C'è un tema di quando ero in prima media che era intitolato:"Come sarai tra 20 anni?" e avevo scritto che avrei fatto l'ostetrica. In realtà ho accantonato questa cosa per parecchi anni: avevo evitato qualsiasi professione sanitaria assimilandole, erroneamente, a quella medica, che non volevo fare.
Durante il corso di laurea in sociologia (bellissima!) mi sono trovata, per un esame di analisi dei dati, a dover somministrare un questionario alle studentesse del corso di laurea in ostetricia. E lì è stato amore. O forse un ritorno di fiamma.
Dopo la laurea in sociologia a luglio ho passato l'estate a prepararmi per il test di ostetricia a settembre (ho fatto anche le vacanze, eh!)


Una delle tue prime esperienze (o addirittura la prima?) è stata in Kenya: com'è stato l'approccio in un ambiente diverso dal tuo quotidiano? Quali le differenze e quali le somiglianze tra il tuo lavoro qui in Italia e l'esperienza in Africa?
Sì, la mia prima esperienza da ostetrica laureata è stata, assieme a due compagne di studi, in un piccolo ospedale missionario nella savana kenyana, nella regione del Tharaka, abitata per lo più da contadini. Prima volta da ostetrica, catapultata in un mondo completamente diverso da quello "ovattato" dove avevo fatto tirocinio. Lingua diversa (essendo una regione molto povera spesso le donne non conoscevano l'inglese e nemmeno lo swahili, ma solo il dialetto locale), pochi (pochissimi) strumenti, modo di lavorare diverso. Però tutte queste cose ci hanno spronato a metterci ancora più in gioco e a riscoprire il valore e l'importanza degli strumenti veri e delle competenze dell'ostetrica:  il linguaggio non verbale e il tocco, la potenza e l'importanza delle mani, l'uso delle posizioni e del massaggio, il saper leggere i segni di fisiologia e i segnali di distocia dal corpo e dal comportamento delle donne.  Ci siamo riappropriate dell'uso di strumenti essenziali come lo stetoscopio di Pinard, il metro da sarta, le manovre di Leopold: tutti strumenti che le levatrici hanno usato da tempi immemori  e che oggi sono spesso dimenticati e soppiantati dalla tecnologia. Soprattutto abbiamo avuto la conferma della competenza delle donne e delle mamme in travaglio, e dei bimbi che custodiscono nelle loro pance. Aspetto questo che contraddistingue tutte le mamme sulla faccia della terra, ma che purtroppo alle nostre latitudini è sopraffatto dall'ipermedicalizzazione: protagonisti del travaglio e del parto non sono più mamma, bambino e papà, ma il medico, l'ostetrica, l'anestesista, il neonatologo....


Abbiamo sperimentato la fatica, ma anche la bellezza e l'arricchimento che ne deriva, del lavorare in un team diverso, con abitudini e modi di agire diversi da quelli a cui eravamo abituati. Tra arrabbiature, ma anche discussioni costruttive sotto il grande sicomoro, lavorando gomito a gomito, mettendoci nei panni degli altri, sporcandoci le mani insieme abbiamo costruito un rapporto di fiducia con gli operatori locali, da cui abbiamo imparato tanto e altrettanto abbiamo donato.
E per la prima volta ci siamo scontrate con uno degli aspetti più difficile del nostro lavoro: affrontare la morte di un bambino o di una madre, impotenti, nonostante tutti gli sforzi tra le lacrime e la rabbia, è sempre un uragano di emozioni che squassa l'anima e fa vacillare tutte le tue certezze. Anche in questo però abbiamo avuto molto da imparare dal popolo che ci ospitava, in primis la capacità di accettare la morte come parte della vita, che ha sgretolato definitivamente quel delirio di onnipotenza che spesso si ritrova nel mondo sanitario occidentale, dove noi operatori, abituati ad avere strumenti, farmaci e competenze fondamentali per ridurre al minimo la mortalità, non sappiamo fare più i conti con questo aspetto della vita e con i nostri limiti umani.


Quella dell'ostetrica è una professione tipicamente femminile: abbiamo tanti ginecologi ma pochissimi ostetrici, credo si contino sulle dita di una mano (o sbaglio?). Secondo te è una questione di cultura, mentalità, abitudine, o di approccio alla sfera della gravidanza, del parto, del puerperio?
E' vero, l'ostetrica è una professione tipicamente femminile. Sicuramente c'è una componente culturale e sociale, ma credo che la motivazione principale sia che si ha a che fare tutti i giorni con quegli aspetti del femminile che richiedono un'empatia particolare e delle caratteristiche che, per natura, è più facile ritrovare nell'indole della donna: la capacità di accogliere, attendere, aspettare, custodire, ascoltare, la pazienza, il saper non intervenire.Tutti aspetti che fanno parte del femminile e che sono fondamentali nell'accompagnare e assistere una nascita. I tratti del maschile, soprattutto se predominanti, (la regola, l'agire ...) sono più tipici della figura medica (ed ecco spiegato perchè è più facile trovare ginecologi uomini), fondamentale quando si incappa nella patologia, ma che in una nascita fisiologica rischiano di provocare più danni che benefici.
Detto ciò non credo sia impossibile trovare un ostetrico maschio, anzi! Ho un collega ostetrico super, a cui come donna, mamma e ostetrica mi affiderei a occhi chiusi e che è la dimostrazione vivente che la professione ostetrica non è esclusiva delle donne. Sicuramente però richiede da parte dell'uomo un mettersi in gioco maggiore, riscoprendo e valorizzando aspetti del femminile insiti in ciascuno di noi (uomini compresi!), ma che nella nostra società spesso vengono soffocati o derisi.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Di metterci tanta, tanta passione, tanta costanza e tanta pazienza!


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Rifarei lo stesso identico percorso, anche se non è stato molto lineare.

Grazie mille, Valentina, per il tuo racconto, la tua testimonianza e le riflessioni sulla tua professione, e in bocca al lupo per tutto! 


Tutte le foto in questo post sono di Valentina, che ci ha gentilmente permesso di utilizzarle.



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