giovedì 30 marzo 2017

Il sindaco e la futura sindaca

Scopro da Repubblica che una bambina di 7 anni di Bari, Nicole, ha scritto al proprio sindaco una letterina, che immagino stia ora girando parecchio.



Al di là del primo sorriso che mi ha strappato nel leggerla, al di là della tenera sfacciataggine e tranquilla informalità con cui la bambina si rivolge al primo cittadino, mi hanno colpito due cose:

- l'impegno che Nicole vuole mettere nel lavorare per la sua città

ma soprattutto

- la sua capacità di auto-orientarsi. Ha fatto da sola, a 7 anni, quello che sto cercando di fare io con le mie #bussole. Con un obiettivo in testa, ha puntato direttamente a chi avrebbe potuto rispondere a tutte le sue domande, senza fronzoli (cuoricini a parte) e dritta al punto.

I miei complimenti a Nicole, con l'augurio di poter mantenere la mente bella sveglia, e complimenti agli adulti che ha intorno, con la speranza che coltivino quello che sembra un orticello molto promettente.

mercoledì 29 marzo 2017

Calcetto e polverone

Ok, anche questa volta il nostro ministro del lavoro non ha azzeccato la modalità comunicativa giusta, e i media ci vanno a nozze cavalcando l'onda dell'indignazione dei giovani, dei precari, dei disoccupati etc etc etc.

Però come al solito si è presa una frase e la si è estrapolata dal contesto. Come al solito si è tenuta la metafora e si è tralasciata la premessa.

Il concetto alla base ("il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale" e "i rapporti che si instaurano nel percorso di alternanza scuola lavoro fanno crescere il tasso di fiducia e quindi le opportunità lavorative" - da ANSA) non è mica sbagliato, e ve l'ho anche già detto.

Uno dei canali con maggiore probabilità di successo nella ricerca di un nuovo lavoro è IL NETWORK, la rete delle conoscenze personali e professionali.

Quindi confermo, alzatevi dal divano, mettetevi i calzoncini e via a correre, in palestra, alla presentazione di un libro, a un vernissage, all'inaugurazione di qualunque cosa, al parco a far giocare i vostri bambini. Andate dove c'è gente e fatevi conoscere, instaurate relazioni, rinfrescate quelle vecchie.

Usate i social e fatelo bene.

E non perdete tempo ad insultare una persona che tanto è un'attività che non vi aiuta certo a trovare lavoro.

Ah, e se io non sono abbastanza autorevole, su LinkedIN trovate anche pareri come quello di Riccardo Maggiolo, tanto per dirne una.

Networking a bordo campo

lunedì 27 marzo 2017

Leggere bene le avvertenze

Sto cercando un programmatore, non sto a dettagliare in che linguaggio, ma l'importante è che abbia maturato una certa esperienza in ambito bancario.
Contrariamente ad altri annunci che pubblichiamo, stiamo ricevendo un buon numero di candidature.
Il problema è che molti, moltissimi, più della metà di chi ci manda il CV non ha mai lavorato nel settore del mio cliente.
Ora, io non posso rispondere a tutte le persone che mi scrivono, fisicamente non ce la faccio.
È una cosa bruttissima, scortese, lo so, e mi immagino già i mugugni di chi ha mandato l'ennesimo CV e non riceve alcun riscontro.

Allora facciamo così, veniamoci un pochino incontro.
Voi leggete bene l'annuncio, e se leggete che serve necessariamente la provenienza dal settore bancario, ma voi lavorate da 20 anni nella logistica, lasciate perdere, non buttate via una candidatura e le energie nell'attesa di una risposta.

Selezionare meglio le proposte di lavoro è la strategia più efficace e, anche se può sembrare più faticoso, alla fine è meno stressante, perchè mandare 50 CV e ricevere 10 risposte è sicuramente meglio che mandarne 100 e avere lo stesso 10 risposte, giusto?

Ok, esiste anche la strategia del "Vabbè, ci provo, al massimo non mi rispondono".
Può valere anche questa, l'importante è che il carico emotivo che si porta dietro sia proporzionato. Così se nessuno vi risponde saprete, in coscienza, il perchè.

foto di moritz320 da pixabay

venerdì 24 marzo 2017

Ottime premesse

- Buongiorno, la contatto perchè poco fa ho ricevuto la sua candidatura al nostro annuncio per assistente di direzione. Volevo chiederle se possiamo incontrarci per un colloquio.

- Ah sì, va bene.

- Oggi alle 12?

- Perfetto. (pausa) Maaa...scusi, per che posizione era?

- Assistente di direzione

- E servono delle conoscenze particolari?

(no, ma l'annuncio l'hai letto, eh)

.

.

.

Ah, poi non si è presentato al colloquio.


martedì 21 marzo 2017

[Intervista] La giornalista e blogger

Chi ci parla oggi del suo lavoro è Marta: di solito è lei a fare le domande, ma in questa occasione l'abbiamo fatta accomodare dall'altra parte del "microfono"... e questo è quello che ci racconta:

Ciao! Parlaci un po’ di te
Parto dal lato professionale: mi piace definirmi una giornalista sociale, mi occupo di comunicazione per realtà del mondo del sociale (no profit, terzo settore, welfare, chiamatelo come volete...) e parlo soprattutto di temi legati alla povertà, alla solidarietà, ai progetti sociali. Lo faccio raccontando storie di persone e di realtà che lavorano in questo campo.
Ho 34 anni, sono sposata con Roberto, ho due bambine, e anche un blog e un campervan. Viaggio quando posso, lo racconto quando posso, lotto per cercare di tenere insieme il tutto, e più o meno ce la faccio.


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Negli anni ho cambiato davvero molti progetti.
Al momento lavoro per il principale giornale di strada italiano, Scarp de' tenis. E' un mensile promosso dalla Caritas che tratta prevalentemente temi sociali, ma è anche un bellissimo progetto perché è venduto in strada da persone che sono senza dimora o hanno grosse difficoltà socio economiche, e che attraverso questo lavoro hanno un'occasione di reddito e un punto di ripartenza.
Per Scarp scrivo e mi occupo dei canali social.
Abbiamo anche un programma radiofonico di approfondimento sociale in onda su Radio Marconi, una emittente lombarda, per cui realizzo storie e interviste.

Da un anno supporto come ufficio stampa e consulente per la comunicazione il Consorzio Farsi Prossimo, una realtà (sempre legata al mondo Caritas) che riunisce 11 cooperative sociali che lavorano in cinque province della Lombardia con anziani, minori, famiglie in difficoltà, stranieri e profughi, senza dimora, persone con problemi di salute e disagio psichico attraverso decine di differenti servizi.

C'è poi il mio blog personale, in cui tratto sempre temi difficili attraverso racconti, ma anche argomenti più leggeri, che riguardano la città, incontri fatti, episodi familiari o che riguardano i nostri viaggi, perché anche questo -pensiamo- è un formidabile modo per conoscere, incontrare, abbattere barriere e pregiudizi.
I nostri viaggi però li racconto soprattutto su The Family Company, un travel blog dedicato a famiglie con bambini: una bella esperienza e occasione di scambio con altri genitori... e persone davvero interessanti.


Com'è la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)?
Non c'è una giornata tipo: piuttosto cerco di tenere una organizzazione settimanale.
Cerco di riservarmi un giorno per programmare il grosso del lavoro settimanale per il Consorzio Farsi Prossimo, uno per la programmazione dei post "freddi" sui canali social di Scarp de' tenis, uno per le interviste, uno per il montaggio dei servizi radio, e un giorno jolly&blogging, per scrivere per i blog, programmare e per tutto quello che resta indietro negli altri giorni.
Poi ogni giorno i canali social vanno controllati e aggiornati con le news, le risposte alle richieste che possono arrivare ogni giorno, il monitoraggio della stampa, e poi ci sono alcuni appuntamenti come riunioni, incontri o altre interviste.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sicuramente incontrare le persone. Ascoltare la loro storia. A volte emozionarmi e indignarmi con loro. Sperare che raccontare la loro storia ad altri possa essere utile: a denunciare e migliorare le situazioni di ingiustizia e difficoltà, o essere di esempio e generare buone prassi simili quando si tratta di esperienze belle e che funzionano.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Non so di preciso quando sia scattata questa passione: forse alla fine del liceo. Ma non avevo le idee molto chiare.
In parte non le ho nemmeno adesso.
Sono cresciuta da bambina con il motto di don Milani "I care" nella sala della parrocchia dove ci incontravamo. Si parlava di padre Zanotelli e Korogocho quando ero alle elementari. Alle medie organizzavamo feste per raccogliere fondi per una comunità per minori. Ho fatto parte della generazione No Global e del movimento pacifista nei primi anni 2000. Forse certe attenzioni le ho sempre coltivate dentro di me (per merito principalmente di altri, chiaro 😉).
Quando si è trattato di decidere cosa fare nella vita, sapevo di voler comunicare, e di volerlo fare a favore di persone che normalmente "non hanno voce".
Le modalità per farlo sono venute lungo la strada e mi hanno portato qui.


Come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Io ho studiato scienze della comunicazione all'università, seguendo il curriculum più politologico e sociologico. In realtà non è stata una specifica preparazione al lavoro che avevo già iniziato a fare durante gli anni di studio, però di sicuro mi ha dato tanti strumenti per capire il mondo e la società in cui viviamo.
Poi, praticamente, il giornalista impari a farlo sul campo: devi avere la fortuna di qualcuno che ti "insegni il mestiere" correggendoti, spronandoti e a volte anche bastonandoti. E poi, non è retorica, ma consumando le suole delle scarpe: una città impari a conoscerla e raccontarla se vai in giro, cammini per i marciapiedi, prendi i mezzi pubblici, parli con le persone.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Non lo so! Davvero, non saprei se dir loro che è un lavoro bellissimo oppure che sono dei pazzi, di cambiare idea. Forse direi tutte e due le cose.
Probabilmente direi di studiare per imparare a leggere la realtà, di lavorare mentre studiano, che non basta "saper scrivere bene": quella è condizione necessaria, ma da sola fa anche un po' ridere.
Di levarsi dalla testa che "siccome sono bravo nei temi, allora potrei fare il giornalista".
Di non pensare che "fare il giornalista" sia, appunto, solo scrivere: devi saper cogliere la notizia, o riconoscere una storia che valga la pena essere raccontata, devi saperla ascoltare e devi saperla raccontare bene, e con qualunque strumento: che sia un testo scritto, un video, un audio, un tweet, un post su facebook o una didascalia di un'immagine.
Direi anche di imparare a usare bene i social network: iniziando, da ora, a controllare come li usano, con quali scopi, a che pubblico parlano, con che conseguenze. Usare, insomma, sempre il cervello prima di pubblicare qualunque cosa.
Ah, e direi anche che spesso si fa questo lavoro per passione, però di trovarsi anche un'altra entrata per guadagnarsi la pagnotta.


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Sono contenta del mio lavoro, e mi piace anche il fatto che evolva tanto nel tempo. Non tornerei indietro.
Cambierei solo una cosa, se potessi: mi sono pentita di non aver fatto un periodo all'estero, durante gli anni degli studi, per imparare bene almeno una lingua straniera. Questa è una cosa che sento pesare.


Cosa diresti alla “giovane te stessa” di quando avevi 10/15/20 anni?
Di lavorare su due aspetti che ancora oggi sono i miei punti deboli: uno, appunto, è la questione linguistica: alla me stessa adolescente direi di prendere e andare a studiare all'estero per un periodo, magari il quarto anno delle superiori.
La seconda è l'autostima, così bassa che mi ha impedito di lanciarmi in tante cose. Negli anni sono cresciuta, ho lavorato su me stessa e oggi va meglio... ma non così tanto.
Ad esempio, ho il terrore a parlare a più di cinque persone contemporaneamente. E soffro di quella che chiamano "sindrome dell'impostore": quando faccio un lavoro, penso sempre di non essere capace, e che i committenti penseranno che ho millantato competenze che non ho. Razionalmente so che non è così, però insomma... sarebbe stato meglio lavoraci sopra un po' prima 😉


Grazie mille Marta per la tua testimonianza e per i consigli molto concreti: i sogni, le passioni, gli argomenti che ci stanno a cuore vanno inseguiti, ma la preparazione e l'impegno non possono essere superficiali. E la "sindrome dell'impostore" non può che spingerci (perchè mi ci metto dentro anche io!) a fare sempre meglio.

Tutte le immagini presenti nel post sono di Marta, che ce ne ha gentilmente concesso l'utilizzo.


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venerdì 17 marzo 2017

L'apparenza, a volte, è proprio l'ultimo dei problemi

Sei arrivato, ti ho guardato, e già ho pensato che per il CV avevi scelto una foto che, pur preannunciando quello che mi sarei trovata davanti, almeno ti faceva un buon servizio.

Ti sei accomodato, abbiamo iniziato a parlare e mi sono concentrata sul tuo percorso professionale, ignorando la vocina fastidiosa che mi ricordava quanto i clienti siano a volte troppo concentrati sull'aspetto nonostante le competenze.

Ti ho ascoltato e ho partecipato alle sfighe che hai avuto negli ultimi anni e che ti hanno impedito di mantenere una carriera regolare.

Ed ero quasi convinta a presentarti.

Ma.

Hai infilato una lamentela di troppo. Due volte di troppo mi hai raccontato di quando ti veniva immeritatamente contestato un errore, secondo te dovuto ad altro. Tre casi di troppo in cui mi hai riportato, invece di un tuo successo, un rimprovero da colleghi o superiori.

E allora, saresti potuto essere anche George Clooney, ma per me è no.

martedì 14 marzo 2017

[Intervista] Lavorare con i dati

L'intervista di oggi va un po' oltre la semplice descrizione di un ruolo e di una serie di mansioni: approfondiamo con il nostro ospite, a partire dalla sua esperienza, anche alcuni aspetti legati alla necessità di una formazione continua, soprattutto in un settore in costante cambiamento, e alla curiosità che diventa motivazione quotidiana alla ricerca, non solo di informazioni, ma di spunti per crescere.

Ciao! Parlaci un po’ di te
Sono Andrea, mi divido tra la famiglia, il lavoro e le passioni personali. Nella mia professione sono il responsabile dell'ufficio studi al Sole 24 ORE.


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
È un lavoro di management: gestisco le attività dei colleghi che servono a produrre le tabelle con i numeri che trovate pubblicate sul giornale e coordino le attività di analisi di dati economici e finanziari per supportare il lavoro delle redazioni giornalistiche. Poi contribuisco direttamente con il blog Infodata, il primo di data journalism e data analysis in Italia.

Immagine da Infodata

In pratica vi sono sia attività di operations, sia attività di progetto legata all'innovazione dei prodotti e dei servizi che generiamo. E per fare questo lavoro, con un team di professionisti, gestisco un budget per acquistare dati, contenuti, servizi e strumenti informatici.


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
È molto difficile da dire, perché c'è molta routine ma la maggior parte delle attività seguono la cronaca e i picchi stagionali di lavoro. Non ho orari fissi, e questo vuol dire principalmente che vi sono periodi in cui si inizia a lavorare alla mattina molto presto e si finisce alla sera molto tardi, per seguire il ciclo di produzione di un giornale. In genere, tuttavia, il mio lavoro è spostato vero il tardo pomeriggio o alla sera, mentre alla mattina è molto più tranquillo.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Mi piace molto la varietà delle situazioni che ti pone davanti, con sfide sempre nuove ogni giorno. Sia che abbia a che fare con il cambiamento della rivoluzione digitale che sta stravolgendo il settore dei media, sia con le richieste di analisi quotidiane che arrivano dalle redazioni.


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Mi piace meno, per mia natura, la parte burocratica e amministrativa. Mi rendo conto che sia necessaria per il corretto funzionamento dei processi, ma mi assorbe molte energie.


Immagine da Infodata
Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? 
In realtà è capitato. Sono una persona attratta dal cambiamento, dalla sperimentazione delle novità, anche professionali, e ho quasi sempre accettato le proposte che mi ponevano davanti nuove sfide. Ho cercato di spingere la mia carriera facendo leva su questo: cambiare e aiutare gli altri a cambiare per adeguarsi alle condizioni. Ho iniziato nell'IT, sono stato nel marketing, mi sono occupato di contenuti ed infine di dati finanziari, ma il denominatore della mia carriera è sempre stato il cambiamento nella rivoluzione digitale. Questo l'ho capito da quando ho iniziato a programmare a sedici anni sul mio primo PC, acquistato usato.


Come ti sei preparato per il tuo lavoro?
Non ho purtroppo avuto una preparazione specifica. Ho competenze personali acquisite all'università, ed ho seguito dei corsi di specializzazione quando già lavoravo da molti anni, conseguendo anche un master in project management. In realtà la formazione, in particolar modo l'auto formazione, è una parte intrinseca delle mie attività. Ritaglio sempre del tempo per studiare e imparare, per migliorare me stesso e aiutare a migliorare l'ambiente di lavoro in modo continuo.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Di essere curiosi, sempre, e di non credere mai che non vi sia nulla più da imparare o nulla ancora da insegnare. Questo però vale per il mio come per ogni altro lavoro.


Cosa diresti al “giovane te stesso” di quando avevi 10/15/20 anni?
Di non avere paura del futuro, e di confidare di più in me stesso. Quando ero ragazzino, diciamo tra i 15 e i 20 anni, non credevo di essere "abbastanza bravo". Ad esempio, dopo il liceo scientifico non ho avuto il coraggio di iscrivermi alla facoltà di matematica perché pensavo che non sarei riuscito a concluderla, immaginando che fosse troppo difficile per me. Poi al lavoro (ho iniziato presto lasciando gli studi: mi sono laureato molto dopo) mi hanno detto da subito che dovevo prendere decisioni importanti, ogni giorno. E non ho avuto paura. A quel punto l'esame di diritto privato per il quale non mi sentivo mai pronto è diventato semplicissimo. Insomma, per me è stato come nel romanzo "La linea d'ombra" di Conrad: non si è mai abbastanza pronti per prendere decisioni, ma non è certo una buona scusa per non iniziare a farlo. 


Sei contento di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Sono molto felice di quello che faccio. Mi manca solo una esperienza professionale all'estero, che avrei voluto fare anni fa, ma non ce n'è mai stata la possibilità concreta. Forse l'unico rimpianto.


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.

L'immagine è questa:


ed è presa dal blog di Håkan Forss. Spiega abbastanza bene che spesso la trappola in cui ci infiliamo al lavoro è quella di pensare di essere troppo occupati per migliorare noi stessi, le attività, gli strumenti, i processi o anche semplicemente le relazioni con i/le colleghe/i. Il processo di miglioramento continuo è minato dall'appagamento per quello che abbiamo acquisito e non dallo stimolo verso quello che invece dobbiamo ancora raggiungere. Spesso guardo questa immagine e mi chiedo "Andrea, in cosa sei migliorato oggi?". Se non trovo una risposta, per quanto bene abbia fatto il mio lavoro, quello è stato un giorno sprecato.



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martedì 7 marzo 2017

[Intervista] La restauratrice

Oggi respiriamo profumo di legno nel laboratorio della nostra ospite! Chiacchieriamo infatti con Selene e, se volete seguirla su Facebook, la trovate qui.

Ciao! Parlaci un po’ di te
Selene e la lucidatura a gommalacca di una sedia
Mi chiamo Selene, sono nata e cresciuta nell’orbita di Milano, una città che amo anche se un pezzo del mio cuore è nelle Marche. Suonerà banale ma amo viaggiare, mi piace l’arte nelle sue molteplici forme e non potrei fare a meno della musica che a volte è l’unica compagna nella mia giornata di lavoro.


Ci racconti bene che lavoro fai?
Sono una restauratrice specializzata in mobili ed oggetti in legno, da quelli antichi a quelli di modernariato, il mio lavoro consiste nel conservarli e recuperarli rispettando le caratteristiche specifiche di ogni manufatto. Talvolta vesto invece i panni della decoratrice, soprattutto quando il committente ha un mobile cui è affezionato ma di poco valore e non in sintonia con la casa, il mio compito è allora quello di reinventarlo e trasformarlo; è in questi momenti che posso dare sfogo alla mia vena creativa.


Ci fai un esempio di qualche lavorazione in particolare?
Premettendo che ogni intervento di restauro ha delle particolarità, in linea di massima il lavoro si può riassumere in una serie di fasi. Se l'oggetto necessita di un consolidamento si utilizzano colle e prodotti chimici specifici per ridare solidità alle parti che lo richiedono o far aderire elementi che si sono staccati; nel caso alcuni di questi elementi risultino mancanti o troppo rovinati per essere conservati si lavora di sega e scalpello per ricostruirli in legno (possono essere intagli o intarsi, oppure parti strutturali quali piedi, ante...). Terminato il lavoro di falegnameria si passa alla pulitura che può essere più o meno profonda, talvolta si tratta solo di eliminare uno strato di sporco superficiale, altre volte si deve togliere la vernice che ricopre l'intero oggetto, per queste operazioni si ricorre a diversi tipi di solventi liquidi o sotto forma di gel che possono essere utilizzati puri oppure miscelati e passati sulla superficie con tamponi di cotone o paglietta fine. Quando l'oggetto è pronto (riparato, pulito, stuccato) si può procedere con la finitura: se necessario si armonizzano le parti aggiunte con del colorante che può essere a base d'acqua o alcool, a seconda delle esigenze; se ci sono delle parti dipinte che lo richiedono si fanno anche delle reintegrazioni pittoriche con acquerelli, colori acrilici o a vernice... dipende sempre dal tipo di colori che sono stati utilizzati in origine!

una fase di disinfestazione di un mobile
I mobili sono solitamente lucidati a cera o gommalacca, una vernice composta da resina sciolta in alcool. Una delle lavorazioni più difficili è la cosiddetta lucidatura a specchio, un'operazione che richiede molta pazienza, bisogna stendere con un tampone molte mani di gommalacca che deve essere via via più diluita. Si inizia a lucidare seguendo le venature del legno, senza ripassare dove si è appena applicata la gommalacca e senza mai fermarsi sulla superficie, quando il tampone è asciutto, si ricarica nuovamente di gommalacca. Nella mano successiva si cambia movimento, disegnando col tampone degli otto, poi una serie di cerchi. Le varie passate vanno fatte alternando questi movimenti fino ad ottenere il risultato voluto. Si deve prestare molta attenzione perché si rischia di rovinare od opacizzare la superficie e l'unica soluzione è rimuovere la vernice e ricominciare da capo! Nonostante sia un processo complesso che richiede attenzione devo dire che mi piace molto, talvolta lo trovo persino rilassante, forse per la ripetitività dei gesti.


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)
Non esiste una vera routine, ci sono periodi di lavoro più o meno intensi e questo influisce molto sull'organizzazione, talvolta l’intera giornata è dedicata al lavoro in sé, quando invece ci sono meno commissioni mi dedico maggiormente all’aspetto social e di promozione, fondamentali quando si ha un’attività in proprio! Non mancano poi i momenti dedicati alla ricerca e agli approfondimenti, è fondamentale tenersi aggiornati.

La maggior parte delle mie giornate trascorrono in solitaria ma fortunatamente non mancano momenti di collaborazione con altri professionisti; ultimamente mi è capitato anche di lavorare in cantieri e tutte queste esperienze sono sicuramente istruttive e utili per la crescita professionale.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Ci sono diversi aspetti che mi piacciono del restauro, il fatto che sia un lavoro manuale è uno dei principali, inoltre quando percepisco la soddisfazione dei committenti, soprattutto di quelli che avevano delle riserve sul risultato, non posso nascondere di sentire una punta d’orgoglio. Poi c’è l’odore del legno, è un materiale che mi piace molto.


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Alle volte è difficile far capire che un restauro può costare più di quanto ci si immagini, non è piacevole quando intuisci che i clienti pensino che tu stia cercando di farti pagare più del dovuto.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai saputo/capito?
 Prima e dopo il restauro
Non posso dire di aver sempre avuto il sogno di fare la restauratrice ma in casa siamo sempre stati stimolati a esprimerci creativamente, se a questo aggiungiamo un padre appassionato di fai da te e lavorazione del legno direi che i presupposti per questo lavoro ci fossero tutti. La decisione l’ho maturata comunque tardi, tra la fine delle superiori e l’università.


Come ti sei preparata per il tuo lavoro (scuola, università, corsi specifici…)?
Terminato il liceo avevo le idee ancora poco chiare ma già indirizzate verso il restauro, perciò mi sono iscritta a Scienze dei Beni Culturali. Durante l’università sono venuta a conoscenza di un corso di restauro al Cfp Terragni di Meda e così dopo la laurea mi sono diplomata in restauro del mobile e legni antichi. Da quel momento ho iniziato a lavorare sia da sola che con dei professionisti per migliorare le mie competenze.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Di pensarci attentamente. Spesso si ha una visione “romantica” del lavoro del restauratore, in realtà è piuttosto impegnativo e bisogna affrontare diverse difficoltà; bisogna essere pronti a momenti di scarso lavoro, purtroppo la continuità non è una caratteristica di questa attività. Detto questo, è un lavoro che può essere molto appagante!

L’aspetto più importante da valutare se si vuole intraprendere questa strada è sicuramente quello della formazione: sono cambiate molte regole e bisogna scegliere con attenzione dove studiare.

Hai qualche indicazione più specifica da dare a chi potrebbe essere interessato?
realizzazione di un mobile nuovo utilizzando vecchi cassetti recuperati
Se si vuole lavorare solo per i privati si può fare un percorso simile al mio, frequentando corsi di formazione professionale specifici (oltre ai cfp, come il Terragni di Meda, ci sono diverse scuole che offrono corsi di restauro), la mia scuola rilascia inoltre un diploma di collaboratore restauratore che consente di lavorare su beni tutelati ma sotto la direzione di un restauratore accreditato. Per avere il titolo di restauratore dei beni culturali necessario per ottenere incarichi pubblici (e comunque su beni tutelati) è necessario frequentare delle scuole specifiche; quando studiavo io c'era ancora poca chiarezza in proposito, negli ultimi anni si è cercato di ovviare a questo problema e le opzioni si sono moltiplicate, se si fa una ricerca sul sito del ministero dovrebbe trovare un elenco degli enti accreditati, tuttavia conviene sempre controllare quando si effettua l'iscrizione che la scuola scelta abbia i requisiti per rilasciare il titolo di restauratore (il riferimento è all'art. 182 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio).

Sei contento di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
L’unica cosa che cambierei è forse la scelta del percorso di studi, altri corsi universitari sarebbero stati magari più indicati e mi avrebbero facilitata. Ci sono dei momenti di difficoltà in cui pensi “forse avrei potuto far qualcosa di diverso…” ma questo lavoro mi piace e lo sceglierei ancora, anche se non è escluso che possa arricchirsi ed evolversi, anzi lo spero!

E noi te lo auguriamo di cuore!



Tutte le foto presenti nel post sono di Selene, che ce ne ha gentilmente concesso l'utilizzo



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venerdì 3 marzo 2017

[Guest post] Uno sguardo sul mondo dell'outplacement

Il post di oggi è una testimonianza che ci viene direttamente dal mondo dell'outplacement, raccontata da chi ogni ogni giorno incontra persone in cerca di lavoro, di un'identità professionale, di una nuova motivazione, di realizzazione personale.
Ringrazio Sara per averci dedicato il suo tempo e per darci una prospettiva diretta sul mercato del lavoro.

Che lavoro fai”? Mi occupo di Outplacement. Più o meno ogni volta che do questa risposta, il viso della persona che mi ha posto La Domanda, assume l’espressione dell’emoticon “occhi sbarrati” o “punto di domanda”, a seconda dell’incomprensione e dubbio.

Rapidamente mi appresto a risolverla con: “Mi occupo di aiutare gli altri a cercare lavoro” , oppure “Supporto alla ricollocazione professionale”. Ora non che questa risposta trasformi magicamente l’espressione in emoticon “soddisfatta”, ma il più delle volte si rilassano. Ma non mi rilasso io! Divento perplessa ogni volta, nonostante faccia questo mestiere da 10 anni, nonostante il mercato, o meglio la cultura dell’orientamento al lavoro/career management, negli ultimi anni si sia ampliamente sviluppata!

Lavoro per Fairplace Hr Consulting Srl e quotidianamente mi impegno in attività di Bilancio di Competenze Professionali e sviluppo di azioni di Ricerca del Lavoro per lavoratori desiderosi di cambiare professione e persone che hanno necessità di trovare il nuovo “Posto di Lavoro”. Ecco forse è proprio questo termine “Posto” di lavoro che ci frega (a tutti) ma soprattutto a noi professionisti dell’Outplacement! Questo è il termine inglese che ci ha creato tante antipatie e tante incomprensioni su che diavolo facciamo.

Foto di Goumbik - da pixabay

Un professionista di Outplacement e Career Management oggi (ma anche ieri), accompagna la persona a conoscere, focalizzare ed esplodere i propri obiettivi professionali; fornisce gli strumenti adatti ed affianca nell’applicazione delle moderne tecniche di Ricerca del Lavoro, al fine di individuare opportunità, il nuovo ruolo-contesto lavorativo ed evoluzione professionale del candidato.

Chi si occupa di outplacement si impegna ad attivare tutte le sue energie e network possibili per realizzare il progetto professionale del lavoratore. Chi si occupa di ciò vive con il candidato le fatiche, le delusioni, l’adrenalina e la motivazione di chi desidera cambiare mestiere. Chi si occupa di ciò non dà false garanzie ed aspettative, ma agisce in modo genuino raccogliendo la complessità di questo mercato del lavoro.

Per questi motivi noi non “rifacciamo solo il Curriculum Vitae”, non “procacciamo colloqui di selezione”, non “troviamo un posto di lavoro”. Non siamo un’agenzia per il lavoro, non facciamo Formazione Professionale, non siamo Coach. Chi si occupa di Outplacement o Supporto alla ricollocazione professionale, co-costruisce giorno dopo giorno un percorso (impegnativo ed appagante) di attivazione di ricerca, dove la persona sia attore, e il più possibile autentico, per creare opportunità professionali e nuovi orizzonti verso i quali indirizzare la sua professionalità.

Tutto questo è impegno costante e arduo, eppure i dati ci danno ragione. Infatti il nostro tasso di successo dice che risultano ricollocati il 92% dei candidati interessati da programmi di outplacement individuale e il 66% dei candidati interessati da programmi collettivi. I tempi medi di ricollocazione sono di 5,9 mesi per i dirigenti, 6,7 per i quadri, 7,5 per gli impiegati e 8,2 per gli operai.

foto di PublicDomainPictures - da pixabay


Troppo spesso l’outplacement viene identificato solo con la perdita e la delusione, confuso con i tagliatori di teste, con gli head hunters, a seconda del momento e della aspettativa che viene riposta in noi quando conosciamo per la prima volta il candidato affidato e che vivrà con noi tale percorso.
Bando alle ciance! Questo è quello che realmente faccio e vivo ogni giorno, ma cosa meglio di testimonianze vissute fanno comprendere e credere? E allora ecco cosa dicono di noi:

“Ti scrivo per darti una bella notizia: mi hanno confermata a tempo indeterminato. Sono contenta e un pochino non mi sembra ancora vero dopo diversi rinnovi!” E.S - Customer Service

“Se mi guardo indietro posso dire che per me l'aspetto della pura ricerca di lavoro è stato quello che ha contato di meno. Ritengo che il vero valore aggiunto degli incontri in Fairplace con le mie consulenti sia stato avere accanto una persona che mi ha aiutato a ragionare su cosa il lavoro significhi per me e su quali siano i miei obiettivi, e su come posso realizzarli” A.F - Logistic Specialist

“Perché ho scelto Fairplace tra le Società di Outplacement che mi sono state proposte? Per come si è presentata, innanzitutto. Non una Società che deve vendere un prodotto, ma un insieme di persone che, con grandissima sensibilità, si approcciano a Te, condividendo con Te il periodo che stai vivendo. Fairplace non ti trova il lavoro, fa di meglio, il Consulente che ti segue, estremamente competente, "tira fuori" il meglio di Te, la Tua grinta, la Tua Professionalità” C.S - Quality Specialist

“E’ stata la mia prima esperienza di collaborazione con una società di outplacement e, prima di cominciare, non nascondo che mi chiedevo cosa potesse esserci di così particolare rispetto al fai da te. L’ho scoperto con interesse e piacere proprio grazie alle qualità professionali che ho trovato. I consigli e la più approfondita conoscenza del mio vissuto lavorativo mi hanno sicuramente aiutata durante i colloqui di lavoro ottenuti grazie alle concrete opportunità che mi sono state prontamente segnalate, sfociando successivamente in un positivo ricollocamento” C.B - Assistente di Direzione

Siete ancora convinti che cercare lavoro, desiderare di farlo o averne la necessità sia solo chiusura e fatica? Lo è! Ma è anche un immenso bagaglio di apprendimento, nuova rete sociale, cambiamento personale ed anche affermazione professionale!

Sara Magliocca
Senior Consultant e Delivery Manager c/o Fairplace Srl