martedì 21 marzo 2017

[Intervista] La giornalista e blogger

Chi ci parla oggi del suo lavoro è Marta: di solito è lei a fare le domande, ma in questa occasione l'abbiamo fatta accomodare dall'altra parte del "microfono"... e questo è quello che ci racconta:

Ciao! Parlaci un po’ di te
Parto dal lato professionale: mi piace definirmi una giornalista sociale, mi occupo di comunicazione per realtà del mondo del sociale (no profit, terzo settore, welfare, chiamatelo come volete...) e parlo soprattutto di temi legati alla povertà, alla solidarietà, ai progetti sociali. Lo faccio raccontando storie di persone e di realtà che lavorano in questo campo.
Ho 34 anni, sono sposata con Roberto, ho due bambine, e anche un blog e un campervan. Viaggio quando posso, lo racconto quando posso, lotto per cercare di tenere insieme il tutto, e più o meno ce la faccio.


Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Negli anni ho cambiato davvero molti progetti.
Al momento lavoro per il principale giornale di strada italiano, Scarp de' tenis. E' un mensile promosso dalla Caritas che tratta prevalentemente temi sociali, ma è anche un bellissimo progetto perché è venduto in strada da persone che sono senza dimora o hanno grosse difficoltà socio economiche, e che attraverso questo lavoro hanno un'occasione di reddito e un punto di ripartenza.
Per Scarp scrivo e mi occupo dei canali social.
Abbiamo anche un programma radiofonico di approfondimento sociale in onda su Radio Marconi, una emittente lombarda, per cui realizzo storie e interviste.

Da un anno supporto come ufficio stampa e consulente per la comunicazione il Consorzio Farsi Prossimo, una realtà (sempre legata al mondo Caritas) che riunisce 11 cooperative sociali che lavorano in cinque province della Lombardia con anziani, minori, famiglie in difficoltà, stranieri e profughi, senza dimora, persone con problemi di salute e disagio psichico attraverso decine di differenti servizi.

C'è poi il mio blog personale, in cui tratto sempre temi difficili attraverso racconti, ma anche argomenti più leggeri, che riguardano la città, incontri fatti, episodi familiari o che riguardano i nostri viaggi, perché anche questo -pensiamo- è un formidabile modo per conoscere, incontrare, abbattere barriere e pregiudizi.
I nostri viaggi però li racconto soprattutto su The Family Company, un travel blog dedicato a famiglie con bambini: una bella esperienza e occasione di scambio con altri genitori... e persone davvero interessanti.


Com'è la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!)?
Non c'è una giornata tipo: piuttosto cerco di tenere una organizzazione settimanale.
Cerco di riservarmi un giorno per programmare il grosso del lavoro settimanale per il Consorzio Farsi Prossimo, uno per la programmazione dei post "freddi" sui canali social di Scarp de' tenis, uno per le interviste, uno per il montaggio dei servizi radio, e un giorno jolly&blogging, per scrivere per i blog, programmare e per tutto quello che resta indietro negli altri giorni.
Poi ogni giorno i canali social vanno controllati e aggiornati con le news, le risposte alle richieste che possono arrivare ogni giorno, il monitoraggio della stampa, e poi ci sono alcuni appuntamenti come riunioni, incontri o altre interviste.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Sicuramente incontrare le persone. Ascoltare la loro storia. A volte emozionarmi e indignarmi con loro. Sperare che raccontare la loro storia ad altri possa essere utile: a denunciare e migliorare le situazioni di ingiustizia e difficoltà, o essere di esempio e generare buone prassi simili quando si tratta di esperienze belle e che funzionano.


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Non so di preciso quando sia scattata questa passione: forse alla fine del liceo. Ma non avevo le idee molto chiare.
In parte non le ho nemmeno adesso.
Sono cresciuta da bambina con il motto di don Milani "I care" nella sala della parrocchia dove ci incontravamo. Si parlava di padre Zanotelli e Korogocho quando ero alle elementari. Alle medie organizzavamo feste per raccogliere fondi per una comunità per minori. Ho fatto parte della generazione No Global e del movimento pacifista nei primi anni 2000. Forse certe attenzioni le ho sempre coltivate dentro di me (per merito principalmente di altri, chiaro 😉).
Quando si è trattato di decidere cosa fare nella vita, sapevo di voler comunicare, e di volerlo fare a favore di persone che normalmente "non hanno voce".
Le modalità per farlo sono venute lungo la strada e mi hanno portato qui.


Come ti sei preparata per il tuo lavoro?
Io ho studiato scienze della comunicazione all'università, seguendo il curriculum più politologico e sociologico. In realtà non è stata una specifica preparazione al lavoro che avevo già iniziato a fare durante gli anni di studio, però di sicuro mi ha dato tanti strumenti per capire il mondo e la società in cui viviamo.
Poi, praticamente, il giornalista impari a farlo sul campo: devi avere la fortuna di qualcuno che ti "insegni il mestiere" correggendoti, spronandoti e a volte anche bastonandoti. E poi, non è retorica, ma consumando le suole delle scarpe: una città impari a conoscerla e raccontarla se vai in giro, cammini per i marciapiedi, prendi i mezzi pubblici, parli con le persone.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Non lo so! Davvero, non saprei se dir loro che è un lavoro bellissimo oppure che sono dei pazzi, di cambiare idea. Forse direi tutte e due le cose.
Probabilmente direi di studiare per imparare a leggere la realtà, di lavorare mentre studiano, che non basta "saper scrivere bene": quella è condizione necessaria, ma da sola fa anche un po' ridere.
Di levarsi dalla testa che "siccome sono bravo nei temi, allora potrei fare il giornalista".
Di non pensare che "fare il giornalista" sia, appunto, solo scrivere: devi saper cogliere la notizia, o riconoscere una storia che valga la pena essere raccontata, devi saperla ascoltare e devi saperla raccontare bene, e con qualunque strumento: che sia un testo scritto, un video, un audio, un tweet, un post su facebook o una didascalia di un'immagine.
Direi anche di imparare a usare bene i social network: iniziando, da ora, a controllare come li usano, con quali scopi, a che pubblico parlano, con che conseguenze. Usare, insomma, sempre il cervello prima di pubblicare qualunque cosa.
Ah, e direi anche che spesso si fa questo lavoro per passione, però di trovarsi anche un'altra entrata per guadagnarsi la pagnotta.


Sei contenta di quello che fai o, potendo, torneresti indietro? Perché?
Sono contenta del mio lavoro, e mi piace anche il fatto che evolva tanto nel tempo. Non tornerei indietro.
Cambierei solo una cosa, se potessi: mi sono pentita di non aver fatto un periodo all'estero, durante gli anni degli studi, per imparare bene almeno una lingua straniera. Questa è una cosa che sento pesare.


Cosa diresti alla “giovane te stessa” di quando avevi 10/15/20 anni?
Di lavorare su due aspetti che ancora oggi sono i miei punti deboli: uno, appunto, è la questione linguistica: alla me stessa adolescente direi di prendere e andare a studiare all'estero per un periodo, magari il quarto anno delle superiori.
La seconda è l'autostima, così bassa che mi ha impedito di lanciarmi in tante cose. Negli anni sono cresciuta, ho lavorato su me stessa e oggi va meglio... ma non così tanto.
Ad esempio, ho il terrore a parlare a più di cinque persone contemporaneamente. E soffro di quella che chiamano "sindrome dell'impostore": quando faccio un lavoro, penso sempre di non essere capace, e che i committenti penseranno che ho millantato competenze che non ho. Razionalmente so che non è così, però insomma... sarebbe stato meglio lavoraci sopra un po' prima 😉


Grazie mille Marta per la tua testimonianza e per i consigli molto concreti: i sogni, le passioni, gli argomenti che ci stanno a cuore vanno inseguiti, ma la preparazione e l'impegno non possono essere superficiali. E la "sindrome dell'impostore" non può che spingerci (perchè mi ci metto dentro anche io!) a fare sempre meglio.

Tutte le immagini presenti nel post sono di Marta, che ce ne ha gentilmente concesso l'utilizzo.


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