martedì 27 giugno 2017

[Intervista] Il Social Media Manager

Con l'intervista di oggi entriamo nel favoloso mondo della comunicazione, e nello specifico della comunicazione on line. Il nostro ospite ci parlerà del lavoro del Social Media Manager, per gli amici SMM, con l'intento di far uscire un po' da dietro le quinte quella professionalità che tanto si prodiga per far emergere un brand, un prodotto, un'azienda nel vasto mare social
Se pensavate che gestire i social fosse un gioco da ragazzi smanettoni e bravi ad inventare hashtag, beh...leggete qui e scoprirete che dietro c'è tanto, tanto altro.


Ciao! Parlaci un po’ di te…
Brevissimamente: mi chiamo Simone, ho 34 anni (portati benissimo...) e sono di Roma.
Da quasi 3 anni gestisco bennaker.com, blog all’interno del quale parlo di Social Media Marketing, Copywriting, Personal Branding e materie affini. Il mio obiettivo è quello di far sì che il mio know-how, le mie esperienze e la mia visione siano utili a chi fa il mio stesso mestiere, nonché a chi desidera avvicinarsi al mondo del Digital Marketing per la prima volta.




Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Terminata la pluriennale collaborazione che per 4 anni mi ha legato ad un’agenzia di comunicazione di Roma, attualmente sto cercando di costruire il mio percorso come libero professionista.

Ad oggi mi propongo principalmente come Social Media Manager, ovvero come quell’”omino” che si occupa di curare la comunicazione di un brand (aziendale o personale che sia) all’interno delle varie piattaforme social (Facebook, Twitter, LinkedIn, etc.), ma un un giorno vorrei occuparmi a tempo pieno di formazione. Grazie al lavoro svolto su bennaker.com, infatti, mi sono reso conto che parlare delle materie di mia competenza mi entusiasma e i feedback che ricevo sono sempre molto positivi.


Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!) - o in alternativa, come si svolge un progetto…
Le mie giornate, così come i progetti di cui mi occupo, sono sempre molto diversi tra loro.

Ci sono giorni, ad esempio, in cui non faccio altro che rispondere ai messaggi privati e alle email che mi arrivano; altri, invece, mi chiudo a scrivere di buon mattino e non stacco prima che il sole tramonti.

È tutto un “dipende”, insomma, ed è necessario fare l’abitudine ad una certa malleabilità se si vuole portare avanti un lavoro in totale autonomia.


Guardando a quella che è la figura del Social Media Manager, però, posso comunque dirti che la gestione di un progetto di Social Media Marketing prevede alcuni passaggi imprescindibili, quali, ad esempio:
  • L’ascolto delle esigenze del cliente,;
  • La definizione degli obiettivi dell’attività di SMM;
  • La definizione di un piano editoriale,
  • La realizzazione dei contenuti previsti dal piano;
  • Il monitoraggio e l’analisi dei risultati;
  • La presentazione dei risultati al cliente.
A questi, poi, vanno aggiunti quelli che io definisco “passaggi di intermezzo”, come la modifica del piano editoriale, la quale può rendersi necessaria nel momento in cui quanto previsto dal piano stesso si rivela non essere utile al raggiungimento gli obiettivi; oppure la necessità di gestire un’improvvisa situazione di crisi, ovvero uno dei momenti più delicati e “stressanti” per un Social Media Manager.
Pianificazione, azione, rendicontazione e gestione delle emergenze, dunque. Queste le attività principali che caratterizzano la figura del Social Media Manager.


Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Fare le cose in modo atipico, magari perché spinto dall’intuizione di un momento, e vedere che poi questo porta ad ottenere risultati oltremodo positivi. È la sensazione più bella del mondo.


Hai voglia di confessarci anche quello che ti piace di meno? O quello che cambieresti?
Certo! Anzi, ti faccio proprio un elenco:

- Non amo fare le cose “tanto per farle”, ovvero senza metterci il giusto impegno
- Non amo chi mi chiede di fare le cose di fretta o non mi fornisce gli strumenti necessari per svolgerle al meglio
- Non amo quelli che rimandano sempre (soprattutto quando si tratta di saldare il conto...)
- Non amo chi pensa che il lavoro che svolgo sia semplice, per la serie: “Tanto a te che ti ci vuole? 5 minuti!”
- Non amo lavorare per contesti, realtà, obiettivi che non mi appassionano, non stimo o non condivido
- Non amo chi si affida ad un professionista, ma subito dopo lo priva del potere decisionale che gli spetta, svuotandolo della sua competenza (che è ciò per cui viene pagato)
- Non amo quelli che, visto che ti pagano, pensano tu debba essere sempre a loro disposizione. Disponibile sì, a disposizione no.
- Non amo, infine, chi vuole “fare le nozze coi fichi secchi”, ovvero fare le cose in pompa magna, ma investendo poco e niente e finendo, così, con il rendere il tutto ridicolo

Dire che è una buona sintesi.


C’è un Social che prediligi, e uno invece di cui faresti tranquillamente a meno? Perché? 

Essendo un amante della parola, il mio Social Media preferito è Twitter, in quanto premia la capacità di sintesi, quindi l’abilità di condensare riflessioni o concetti complessi in soli 140 caratteri.

Al contrario, farei tranquillamente a meno di Instagram, il quale si fonda sul concetto di immagine.
Il problema, però, non è Instagram in sé, ma come viene utilizzato dai più: tutti siamo capaci di scattarci una foto con lo smartphone per poi condividerla. Non è necessaria alcuna particolare abilità. Inoltre, per far sì che lo scatto abbia successo, non bisogna neanche essere particolarmente ferrati in fotografia, basta semplicemente inquadrare il soggetto giusto (un paio di tette, un gatto, un tramonto sul mare…).
È un Social privo di meritocrazia e l’abilità del fotografo, ai fini della visibilità, conta poco e niente.





Da piccolo, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Non lo ricordo. Anzi, credo di non aver mai avuto il desiderio di diventare qualcosa di specifico nella vita.

Ancora oggi, tra l’altro, non so bene cosa farò da grande. Ho un mio piano e degli obiettivi più o meno definiti, ovviamente, ma se domani mi offrissero di gestire un chiosco a Tenerife, credo che quantomeno un pensierino ce lo farei...


E chi non sogna il chiringuito sulla spiaggia??? Ma nell'attesa di comprare il biglietto per i tropici, ci racconti come sei approdato alla tua attuale professione? Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
Se oggi faccio quello che faccio è perché, qualche anno fa, ho seguito il forte senso di attrazione che provavo nei confronti dei Social Media e mi sono quindi messo a studiarli e a fare esperimenti.

Mi sono impegnato ogni giorno, ampliando il mio know-how e condividendo le mie osservazioni e i miei risultati, senza mai staccare. Ma è così che va quando qualcosa ti prende nel profondo: diventi avido di sapere.
Poi, un bel giorno, ecco che tutto quello che hai prodotto ti porta ad essere notato da qualcuno...

Sulla fortuna non ho mai fatto affidamento, anche perché sono un fervido sostenitore della legge di Murphy.


Come ti sei preparato per il tuo lavoro? Attraverso scuole, università, corsi specifici…?
Niente di tutto questo. Non ho mai fatto alcun corso da Social Media Manager o figure affini.
Negli ultimi 10 anni sono stato sui Social, semplicemente. Analizzandoli, “smontandoli” e studiandone il funzionamento, nonché testando tutto quello che potevo testare. Ho letto qualche libro, inoltre, ma solo per il gusto di vedere se le conclusioni alle quali ero arrivato io erano le stesse a cui erano giunti i cosiddetti “Guru”.
E sì, spesso e volentieri mi sono accorto che erano proprio le stesse.


Quali sono secondo te le caratteristiche imprescindibili di un SMM? Sono innate o si possono in qualche modo acquisire?
Un bravo Social Media Manager fonda il suo lavoro su due elementi: il metodo e la passione.
Il metodo te lo danno lo studio e la sperimentazione. La passione, invece, è qualcosa che ti porti dentro.

Attenzione, però: quando parlo di “passione”, non parlo di passione per la mansione in sé, ovvero per il lavoro di Social Media Manager, ma per quello che è il singolo argomento, progetto o contesto in cui stai operando.

Ti faccio un esempio…
Se mi chiedessero di curare i canali Social di un sito che si occupa di economia e finanza, io che non so nulla di queste due materie e che non provo alcun interesse per le stesse, non potrei che produrmi in un lavoro tecnicamente corretto, ma assolutamente privo di qualsiasi tipo di trasporto.
In termini di presa sugli utenti, la differenza che passa tra un post tecnicamente corretto e uno che è anche “appassionato”, è la stessa che passa tra un 6 e ½ ed un 8 pieno.

Quindi ok il metodo, ma è la passione a fare la vera differenza.



uno screenshot dalla homepage di bennaker.com 


I Social Network e il mondo Digital hanno creato numerose nuove figure professionali: il tuo è un ruolo di cui si sente tanto parlare, ma su cui temo ci siano parecchie incomprensioni, o confusione tra professioni differenti viste come simili o sovrapponibili…Vogliamo fare un po’ di chiarezza, magari descrivendo i rapporti che hai con altre figure con cui collabori?
Voglio essere molto chiaro su questo punto: nel mondo del Web esistono una quantità infinita di specializzazioni, ma c’è un motivo ben preciso: ogni linguaggio, strumento o contesto richiede una conoscenza specifica, la quale è diversa da tutte le altre.
Il fatto che, magari a livello nominale, due figure si somiglino o lavorino all’interno del medesimo contesto (es. Social Media Manager e Community Manager) non significa che queste siano interscambiabili.

Se, ad esempio, fossi a capo di un team Social e volessi confezionare un post su Facebook formato da un testo e da un’immagine, affiderei la produzione del testo ad un Copywriter e il confezionamento dell’immagine ad un Graphic Designer.
Il perché è semplice: il Copywriter è specializzato nelle parole, il Graphic Designer nelle immagini.
L’unione tra queste due professionalità, quindi, mi permetterebbe di ottenere un post che, una volta pubblicato, potrebbe rivelarsi altamente attraente, quindi efficace.

“Ognuno il suo lavoro”, ripeto spesso. E il motivo è esattamente questo.


Come riesci a calibrare il tuo Personal Branding, e quindi la tua personale presenza sui social, con il lavoro fatto per i tuoi clienti/committenti, in cui il SMM deve praticamente diventare trasparente, a favore del brand che promuove?
Non è poi così complesso. Tutto sta nel separare gli obiettivi e mantenerli lucidamente divisi tra loro.
Come Simone Bennati punto ad ottenere obiettivi X, quindi dovrò svolgere un lavoro di tipo A; come Azienda cliente, invece, punto ad ottenere obiettivi Y, quindi dovrò svolgere un tipo di lavoro B.
L’immedesimazione nel cliente è fondamentale, tanto nel momento in cui si definiscono gli obiettivi, quanto durante l’intera fase di lavoro.


Cosa diresti a chi sta pensando di fare da grande il tuo lavoro?
Che deve abbandonare l’idea di “fare un lavoro” e abbracciare quella di “diventare un punto di riferimento” all’interno di questo settore. Di Social Media Manager è pieno il mondo, ormai, ma quanti di questi lo fanno solo perché “è il loro lavoro” e quanti, invece, “respirano” Social Media Marketing giorno e notte?
La differenza tra chi fa una cosa e chi quella stessa cosa, invece, “la respira” è sostanziale. E le aziende lo notano.


Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Per quanto io detesti le citazioni a causa dell’uso massivo che se ne fa sui Social Network, vorrei concludere affidandomi alle parole di Frank Ocean: “Lavorate duro in silenzio, lasciando che sia il vostro successo a fare rumore”.


Potete trovare Simone Bennati, aka Bennaker, oltre che sul suo blog anche sui principali social:

Se avete bisogno di un consiglio in ambito Social Media Marketing o avete domande sul suo lavoro, contattatelo: è molto disponibile e la sua passione per questo ambito vi permetterà di avere risposte approfondite. Testato personalmente! 😉

* Ti è piaciuta l'intervista? Vuoi leggerne altre? Le trovi tutte alla pagina La Bussola!

lunedì 26 giugno 2017

Un nuovo inizio

Ok, ho fatto tutto: finita la tesina, presentata, master concluso.
Adesso arriva il bello.

Oggi inizia la mia nuova vita professionale.

Le prossime saranno settimane intense di progettazione, costruzione, organizzazione, preparazione; di incontri, di studio, di approfondimento.

Presto potrò finalmente presentarmi come consulente di orientamento professionale e sviluppo di carriera.

E un in bocca al lupo a me 😊


martedì 20 giugno 2017

[Intervista] Il formatore/blogger: supportare l'imprenditoria africana

Fatte le valigie? Il passaporto è valido? Tutto pronto? Oggi si parte!
Andiamo in Africa passando per la provincia di Varese e facciamo 4 chiacchiere con Martino, che... beh, leggete voi!

Ciao! Parlaci un po’ di te
Ciao! Sono nato 31 anni fa in una famiglia di musicisti professionisti. Oltre alla musica (classica del ‘600/’700, sopratutto Bach) ho respirato due qualità che ritengo fondamentali nella vita: creatività e determinazione. 
Ho studiato pianoforte e composizione in conservatorio ma intorno ai 16-17 anni ho capito che la musica non era la mia strada. Ho iniziato invece a praticare atletica (mezzofondo) senza raggiungere grandi risultati come atleta ma appassionandomi del continente africano, contesto da dove arrivano i migliori corridori e maratoneti.
Convinto che approfondire le dinamiche della politica e economia internazionale era fondamentale per capire come “gira il mondo” e cercare di renderlo migliore ho studiato Relazioni Internazionali. Ho fatto in modo di fare sempre gli esami in tempo e viaggiare molto (tutte le estati dai 16 ai 23 anni, come volontario o lavoratore). 
A 24 anni, prima di laurearmi, ho vissuto un anno a Nairobi come Servizio Civile. Lì ho capito che avrei voluto lavorare nel settore del supporto alle imprese e startup locali. Sono rientrato in Italia, mi sono laureato, ho mandato un CV a una multinazionale di consulenza aziendale che mi ha assunto a tempo indeterminato. 
A 27 anni mi sono sposato (con Maddalena, insegnante di Italiano), a 28 mi sono licenziato per collaborare con ALTIS (Alta Scuola Impresa e Società) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si trattava di sviluppare una rete di università in Africa che offrissero dei Master internazionali per imprenditori locali in partnership con la Cattolica. Nel 2015, al termine di EXPO, questa iniziativa è diventata la fondazione E4Impact, di cui oggi sono Business Development Manager.

Ci racconti bene bene che lavoro fai?
Il mio ruolo è difficile da riassumere in una parola. Coordino programmi di formazione universitaria per imprenditori in Africa. Di fatto gestisco l’erogazione di Master internazionali attivi (con docenti italiani e locali) in Senegal, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Ghana, Etiopia, Kenya, Uganda e Ruanda. Anche se formalmente non è così, mi sento più un imprenditore che un manager (ho rischiato il mio contratto e scommesso l’intero mio percorso lavorativo su questo progetto).

Descrivi la tua giornata tipo (sempre che ce ne sia una!) 
Non ho veramente una giornata tipo e sono molto contento di questo. Cerco di iniziare con un po’ di sport a giorni alterni (corsa o bici, dalle 6 alle 7 di mattino). Il resto è ufficio tra email, call su Skype, chat su WhatsApp (sempre la cosa migliore con i colleghi africani!), riunioni con colleghi o potenziali partner/clienti italiani (imprese che sponsorizzano borse di studio o programmi personalizzati). Spesso e volentieri nei fine settimana lavoro dal cellulare per coordinare le attività in giro per l’Africa.
Circa una volta ogni due mesi viaggio in uno/due paesi per 10-15 giorni. In quel caso lavoro unicamente a risultato (es. completare un corso, organizzare un evento, stringere nuove partnership, effettuare percorsi di consulenza a ex allievi, ecc.) 

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
La possibilità di viaggiare e conoscere nuove culture e persone. L’emozione di aver creato da zero qualcosa che prima non esisteva.

Quello che cambieresti?
Vorrei ridurre la burocrazia legata all’erogazione del titolo di studio (gestione carriere studenti, riconoscimento equipollenza del valore legale in Ambasciata, ecc.)
Vorrei riuscire a lavorare di più da casa, visto che comunque oltre l‘80% del mio tempo lo trascorro seguendo le università partner in Africa.

Da piccolo, cosa rispondevi a chi ti chiedeva “cosa vuoi fare da grande?”
Fino ai 6 anni: il camionista.
Dai 6 ai 10 anni: il compositore 
Dai 10 ai 14 anni: l’imprenditore
Dai 14 ai 18 anni: il giornalista
Dai 18 ai 23 anni: lavorare nella cooperazione allo sviluppo
Dai 24 ai 27 anni: il manager 
Dai 27 a oggi…: quello che sto facendo. Praticamente un mix di tutto ciò che ho desiderato dalle scuole medie in poi… 
Ovviamente non mi sento né sentirò mai “arrivato”


Hai sempre saputo di voler fare questo lavoro, o l’hai capito più tardi? E come l’hai capito?
Via via ho sviluppato una passione maniacale per l’Africa. Lo lego molto all’atletica (scoperta al liceo) che mi ha portato ad avvicinarmi con rispetto e grande ammirazione ai campioni kenyoti ed etiopi. Ho sempre sognato un mondo in cui chiunque, indipendentemente dalla latitudine a cui nasce, avesse le stesse opportunità. Purtroppo non è ancora così anche se a livello globale in questo senso è meglio oggi di venti o trent’anni fa (anche se in Italia la situazione è al contrario peggiorata).

Come ti sei preparato per il tuo lavoro?
Ho sempre letto moltissimo (almeno un libro a settimana, spesso anche due) al di là di esami/scuola. Non ho mai fatto corsi specifici (corsi brevi o master) ma piuttosto cercato sempre di essere curioso, di studiare per conto mio su internet e conoscere chi già lavorava nel settore. Fondamentali sono state le esperienze all’estero (per imparare le lingue che uso quotidianamente: inglese e francese) e le attività di volontariato (dall’oratorio come animatore, all’ideazione e gestione di una gara di corsa, il Circuito Serale di Orino, al supporto dato all’espansione italiana di Run2gether, un team di atletica austriaco che fa correre atleti kenyoti a scopo sociale).

Quanto impegno hai messo nel progettare il tuo percorso professionale e quanto invece pensi abbia inciso la fortuna, il caso?
La fortuna aiuta gli audaci. È sempre un mix.
Un punto chiave è costruirsi un solido network (una rete di persone che si fidano di voi) che rappresenta la chiave di volta per arrivare a molte opportunità in organizzazioni medio-piccole che non pubblicano annunci di lavoro (anche perché non hanno una funzione HR addetta alla selezione e ai colloqui).

Sfatiamo qualche mito o luogo comune legato all'economia africana...e invece quali sono assolutamente reali?
Innanzitutto l’Africa è un continente enorme (un miliardo e 200 milioni di abitanti). Non un paese! E non può essere ridotta a povertà/malattie/guerre. C’è di tutto ed è tutto in veloce trasformazione. Ci sono tanti problemi, di cui non secondario è quello culturale dato dalla colonizzazione europea finita solo 50 anni fa. La cosa indubbia è che c’è una voglia di fare, di rischiare, di provare a fare qualcosa che non si respira più in Europa. 

Martino con il Prof. Fiocca in Sierra Leone

Cosa diresti a chi sta pensando di lavorare, da grande, in un Paese in via di sviluppo?
Che non ha più senso dividere il mondo in “primo mondo” e “paesi in via di sviluppo”. Il centro del mondo non è più l’Europa ma l’Asia. L’Africa sarà sempre più importante e le opportunità di lavoro sempre meno legate all’aiuto” e invece più alla partnership e all’investimento in loco. Da pari a pari. Rispetto al vecchio detto “non dare il pesce, ma insegnare e pescare” non pensate più di tanto a “insegnare a pescare”. Pensate piuttosto di “pescare insieme” e, così facendo, di imparare voi a pescare in un modo differente.  
Sono fondamentali le lingue: inglese, francese e almeno una lingua non europea. Cinese, arabo, hindi, kiswahili. Scegliete un’area, appassionatevi e diventate esperti.
Interessante anche unire alla conoscenza di un’area geografica specifica un settore/processo particolare. Unendo queste due cose vi create una “nicchia di mercato” in cui risaltate automaticamente (faccio un esempio: Marocco e agricoltura biologica, oppure Sud-Est Asiatico e turismo responsabile… ecc.) Anche se i percorsi universitari non vanno affatto in quella direzione.

Hai anche un blog, Vadoinafrica.com: ce ne vuoi parlare?     
L’ho avviato in Marzo di quest’anno per condensare le mie riflessioni e dare consigli a tutti coloro che vogliono lavorare o realizzare un proprio progetto in Africa. Penso che incoraggiare i giovani italiani a guardare all’Africa in un modo differente, né sfruttatore né di aiuto paternalista, sia fondamentale per i giovani africani che hanno bisogno di partner alla pari e per gli italiani che troppo spesso finiscono a Londra o Berlino a fare i camerieri senza dare un senso alla loro permanenza all’estero.
Consiglio a tutti di avviare un proprio spezio web. Ma non un diario (quello fatelo in privato o sui social personali!), bensì un sito specifico su un argomento che vi interessa particolarmente. 

Recentemente la tua anima artistica/musicale è tornata a galla. In che modo?     
Esattamente! Ho sempre continuato a suonare il pianoforte, soprattutto in duo con mio fratello Benedetto, educatore e percussionista. Poche settimane fa abbiamo deciso di lanciarci come duo ibrido tra musica (jam session tra classica e jazz) e cabaret demenziale. Siamo “The Baluba Brothers” e il nostro canale di comunicazione è per ora l’omonima pagina Facebook dove, ogni lunedì, pubblichiamo un breve video.
L’obiettivo è aiutare le persone a capire che un po’ di sana autoironia e di costante messa in discussione “sapendo di non sapere” è la base per vivere bene. In ogni campo.

The Baluba Brothers durante un'esibizione in Feltrinelli a Milano

Ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato. Tra l'altro hai passato dei concetti, legati alla ricerca del lavoro, che anche qui ribadiamo sempre con convinzione: l'importanza del network, della preparazione, delle esperienze extra lavorative... 

Se ti va, sei libero di aggiungere un pensiero, un aneddoto, un consiglio, una citazione, un’immagine o quello che vuoi.
Appassionatevi di qualcosa e puntate a diventarne i massimi esperti. Non ascoltate chi vi dice “studia questo, studia quello così hai un lavoro sicuro” Tutte balle! Il lavoro sicuro non esiste più, manco per chi va a lavorare in banca o in ospedale! E i lavori per cui vi fanno studiare oggi non esisteranno più tra dieci anni!
Siate sempre curiosi e pensatevi, già a 14-16 anni come imprenditori di voi stessi. L’imprenditore il lavoro non lo cerca, ma lo crea. Per sé in primis e poi anche per gli altri. 
Fate in modo di creare valore, non di consumarlo (es. anziché guardare solo video su YouTube, imparate a caricare i vostri). È incredibilmente più bello, appassionante e motivante! Frequentate posti come incubatori, Fablab, spazi di coworking e provate ad avviare una vostra attività, anche creativa, da giovanissimi. Rischiate meno e potrete imparare tantissimo anche se poi scegliete di fare tutt’altro. E guardate ogni problema come a un’opportunità per migliorarvi.
  
Vi aspetto su: www.vadoinafrica.com (iscrivetevi alla newsletter!)
Twitter: @vadoafrica
IG: @vadoinafrica

Per saperne di più sul progetto avviato con l’Università Cattolica: www.e4impact.org

Le foto di questo post sono tutte di Martino, che ci ha gentilmente permesso di pubblicarle.

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